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CINEMA
11 Maggio 2012 - 11:13

MARINA ABRAMOVIC

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The artist is present... the brand too...
MARINA ABRAMOVIC

MARINA ABRAMOVIC: THE ARTIST IS PRESENT – Matthew Akers (2012)

Marina Abramovic ha 63 anni quando comincia ad allestire la mostra-compendio della sua carriera al MOMA di New York. Ormai celebrata e conosciuta in tutto il mondo per le sue performance che perturbano il mondo dell’arte ormai da trent’anni arriva finalmente al compendio di una carriera.

“Da giovane mi definivano una pazza ora per le stesse cose sono diventata una protagonista dell’arte degna di una retrospettiva.” (arrivando addirittura all’idolatria manifesta di centinaia di giovani che hanno passato notti sdraiati davanti al MoMa per poter partecipare all’incontro con la divina).

Con queste parole comincia questo documentario diretto dal regista Matthew Akers ad alto tasso emozionale che, mentre ci mostra l’organizzazione dell’allestimento al MoMa, diventa scandaglio psicologico e percorso a ritroso nella carriera/vita della magnifica artista.

Ritorniamo con i ricordi all’infanzia nella Jugoslavia di Tito, alla famiglia militar-comunista rigida e causa di una mancanza di affetti tuttora sentita da Marina (nel film si giunge alla conclusione che il bisogno fisico del contatto con il pubblico da parte dell’artista sia dovuto proprio a questa carenza affettiva), agli inizi performativi con il coinvolgimento corporale e autoflagellazioni scioccanti per il pubblico (la nostra notoriamente si incideva croci con lamette sul ventre, si frustava da sola in pubblico, chiedeva agli intervenuti di utilizzare oggetti su e contro di lei…), al periodo on the road  pieno di “convinzione, speranza e innocenza” seguito all’incontro con Ulay, l’uomo che per dodici anni è stato “amante, compagno, collega, fratello, anima gemella” e che ha segnato la vita sentimentale della Abramovic (rapporto finito dopo l’epocale performance dell’incontro tra i due a metà della muraglia cinese dopo che ognuno era partito a piedi dai lati opposti della stessa) fino ad arrivare alla gloria successiva.

Nel film durante la preparazione di una nuova incredibile performance (per altro non richiesta ma voluta dall’artista stessa) che prevede durante la mostra “The artist is present” la presenza fissa, giornaliera di Marina che resterà seduta per 7,30 ore al giorno per tre mesi immobile mentre gli spettatori potranno a loro volta fronteggiarla seduti guardandola senza parlare per tutto il tempo che vorranno (“il silenzio, l’immobilità sono quanto di più destabilizzante vi sia”), e l’istruzione di giovani artisti disposti a riproporre alcune delle performance storiche della nostra vi è anche un crescendo emozionale per noi spettatori che ci permette di entrare a contatto con il mondo dell’arte estrema e ci permette di apprendere fondamentali lezioni.

Ad esempio riusciamo ad avere una risposta sulla domanda che “da dieci anni non viene più posta alla Abramovic ma che per i precedenti trenta era sempre presente nelle interviste: ma questa è arte?”. Ebbene il film di Akers ci permette di rispondere: assolutamente sì. Se l’arte è riuscire a coinvolgere il pubblico raggiungendolo sul piano emozionale grazie all’opera sia questa visiva o musicale, ebbene la performance è l’arte che ti colpisce con le stesse finalità su un piano reale, perturbandoti sia sul piano fisico che sentimentale. Vedere per credere quegli spettatori che non riescono a reggere lo sguardo della Abramovic durante la performance del MoMa e cominciano a piangere senza ritegno.

Riusciamo anche a giungere ad importanti considerazioni grazie a questo lungometraggio. Sia nel momento in cui alla mostra viene portato il furgone CITROEN su cui Ulay e Marina hanno girato il mondo per anni, sia quando vi è l’incontro durante la performance dello stesso Ulay invecchiato e Marina, l’artista non riesce a restare a distanza e gli occhi le si riempiono di lacrime. Capiamo l’importanza di un’arte improntata sull’immobilità e la durata del tempo. Una donna capace negli anni di sottoporsi a fatiche fisiche e psicologiche ai limiti dell’impossibile si scopre fragile e sconfitta dal passare del tempo, da un passato e una giovinezza che non torneranno più. La performer che ha sconvolto il mondo si ritrova a fare i conti con la debolezza della natura umana.

Un film bellissimo consigliato a tutti gli scettici e a tutti coloro che non capiscono…

Documentario che ci permette di porci anche domande per quel che riguarda l’utilizzo del product placement in questa forma espressiva. Nato per presentare immagini prese dal vero e quindi soggetto “naturalmente” ad inserimento di brand accidentali (anche se esiste pur sempre una fase di montaggio e di scelta…) come le varie magliette e tute ADIDAS viste tra il pubblico e tra i collaboratori del MoMa (il fatto che si veda solo abbigliamento Adidas sarà dovuto al maggior impatto del loro particolare logo o vi sarà dietro una volontà di qualche tipo?), le varie macchine fotografiche, soprattutto CANON ma anche NIKON utilizzate dai vari reporter, un computer APPLE utilizzato dal pubblico di una conferenza, la busta ILFORD contenente le foto da vendere (questa già più sospetta…), la FOX che riporta notizie della mostra (qui immagino assolutamente non voluto dall’emittente che non ci fa gran figura visto che la “mezzobusto” incaricata di parlare della mostra spara idiozie a raffica sul significato della sua arte e sul valore dell’artista che neppure conosce).

Facciamo fatica a credere che siano invece casuali le enormi insegne FOOTLOCKER e LG che appaiono sotto ad un manifesto della mostra, l’ALITALIA ripresa in primo piano all’aeroporto, la GIVENCHY presso cui Marina acquista abiti firmati e le PRALINES LEONIDAS di cui, sottolinea, è ghiotta.

Una cosa è certa che siano piazzamenti studiati od occasionali la valenza espositiva delle brand ha la stessa efficacia… Chi non ha finanziato volutamente il film ringrazia…

Stefano Barbacini

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