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CINEMA
9 Gennaio 2026 - 00:07

DIARIO VISIVO (Due Hanna, due scrittrici, due donne tedesche)

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Hanna Flanders; Hannah Arendt
DIARIO VISIVO (Due Hanna, due scrittrici, due donne tedesche)

Oskar Roehler è un regista tedesco poco conosciuto in Italia dove un solo suo film è stato edito: il coraggioso tentativo (abbastanza riuscito) di trasporre in film un romanzo dell’abrasivo scrittore francese Michel Houellebecq. Invece è portato in evidenza in Francia, particolarmente su Arté che è il canale tv che da anni mette in scaletta film d’autore di qualità sia francesi che internazionali. Proprio da una vecchia (purtroppo bruttissima) registrazione dal canale francese in una vhs che ormai ha più di vent’anni (il film è del 2000) mi sono ritrovato a guardare il suo film Hanna Flanders che vede la protagonista, una non più giovane scrittrice tedesca, restare atterrita dalla caduta del muro di Berlino perché di fede leninista, insomma una di quelle che ci credeva nel comunismo… Decide di recarsi a Berlino per vedere la situazione e nel frattempo fa incontri più o meno strani, più o meno famigliari. Ha una vita sregolata da sempre, indossa una vistosa parrucca, abiti eccentrici, fuma e beve incessantemente. La sua psiche sta andando in pezzi, la motivazione politica probabilmente è solo la classica goccia… In realtà ha rotto con tutti i famigliari, con il figlio ormai sposato, con i genitori (i contrasti con la madre sono evidenti), con l’ex-marito (con cui ha un contatto emozionante quanto disperato) ed è sola e incapace di rassegnarsi alla vecchiaia, tanto sola da pagarsi un gigolò. Finirà ai limiti del breakdown per suicidarsi. Il film, premiato ma anche accusato di essere troppo arty e ripiegantesi su sé stesso (critiche e lodi che ci stanno entrambe), comunica un senso di vuoto e disperazione toccante in un bianco e nero molto bello con un’interprete che sembra condividere i rovelli psichici della protagonista (Hannelore Elsner). Poi leggo che la storia è quella degli ultimi giorni della madre del regista stesso e questo dà una valenza differente a quello che ho visto. Non che la qualità di un film si misuri da quanto di autobiografico ci sia ma il modo di girare ne viene sicuramente influenzato e certi passaggi assumono emozione diversa sapendo il coinvolgimento dell’artista. (voto 6,5) Nel film troviamo un buon product placement che prevede Coca Cola, Hotel Excelsior, Dunlop, Lowenbrau e Grundig.

Altro biopic da me recuperato è Hannah Arendt (2012) di Margarethe Von Trotta. Il film si concentra sull’avvenimento probabilmente più importante e contrastato nella vita della grande filosofa politica di origine ebraica. Nel 1961 l’ex-gerarca delle SS Adolf Eichmann viene catturato dal Mossad israeliano per fargli pagare i crimini che lo hanno visto collaborare allo sterminio di 6 milioni di ebrei. La Arendt che già aveva pubblicato il seminale Le origini del totalitarismo, dopo esser riuscita ad evitare la prigionia in un campo di concentramento fuggendo in America, vuole esser presente al processo ad Eichmann per capire cosa può avere avuto in testa un uomo per aver condiviso un tale crimine contro l’umanità. Si reca per questo, incaricata dal New Yorker, a seguire il processo e ad ascoltare l’uomo. Scopre che si tratta di un uomo comune, incapace di ragionare al di là degli ordini che gli venivano dati e che non si sentiva un assassino solo per aver fatto il suo lavoro. Da qui nasceranno le considerazioni che porteranno la Arendt a scrivere il suo fondamentale La banalità del male in cui dirà che il male non è radicato nell’uomo ma che in qualsiasi persona comune possono nascere in tutta “normalità” azioni estreme che portano al male. Ma nei suoi primi articoli per il New Yorker scriverà anche che nello sterminio degli ebrei vi sono anche colpe dei capi ebraici. Questo basta per scatenare una bufera che la porta a perdere amici e ad essere additata come “difenditrice di un nazista”. La Von Trotta come al solito non va troppo di ricamo ed è diretta nel racconto solitamente politico dei suoi film. Una regista da sempre concreta nell’affrontare le problematiche che l’hanno interessata nella sua carriera (comunismo, terrorismo, fascismo, femminismo) che qui fa al solito un ottimo lavoro coadiuvata da un’invecchiata e nervosa (fuma continuamente) Barbara Sukova che dipinge una donna capace di amicizia e amore ma impossibilitata a rinunciare per questo alle sue idee. L’unico neo l’aver voluto mettere nel film la sua iniziazione filosofica e anche sentimentale con Heidegger, quando era ancora una giovane studentessa tedesca, con la controversa iscrizione al partito nazista da parte dell’uomo, non tanto perché non sia tema di assoluto interesse, ma perché resta un po’ in disparte e avrebbe meritato più tempo da dedicargli. (Voto 7-) Una macchina da scrivere Underwood potrebbe essere considerato un product placement.

STEFANO BARBACINI

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