Su Netflix tra tanta contemporaneità di alterna qualità si possono trovare, cercando bene, alcune chicche del passato come ad esempio il film muto, nella copia restaurata nel 2010 di Il calvario di una madre (Ingeborg Holm, 1913) di Victor Sjostrom. Considerato il primo film “importante” del grande regista svedese, è una trasposizione di un testo teatrale melodrammatico di Nils Krok. Una famiglia felice (padre, madre e tre figli piccoli) che si mantiene con una drogheria di proprietà, cade improvvisamente in disgrazia quando il padre muore improvvisamente. La povera Ingeborg, rimasta sola con tre figli da mantenere, un’attività che sta andando in fallimento, malata di ulcera e senza soldi, chiede aiuto alle autorità (il film fu importante come denuncia al non troppo funzionante stato sociale svedese di allora) che però per “aiutarla” la fanno rinchiudere in un ricovero, una casa lavoro che sembra quasi un carcere, e le fanno togliere i figli dati in affido. Disperata per non poter star vicino ai propri figli e, goccia che fa traboccare il vaso, quando il più piccolo non la riconosce quando gli fa visita, la donna “sbrocca” e impazzisce. Il film è girato con inquadrature fisse ma è conosciuto per utilizzare sapientemente la profondità di campo modernizzando in qualche modo il modo di girare i film che solitamente esploravano solo un livello narrativo piattamente “teatrale” (siamo ancora ai primi anni del cinema muto e i film di lungometraggio si sono sviluppati solo da un paio d’anni). Sjostrom come esempio da seguire viene imitato dai grandi successivi: “(Sjostrom) ha anche firmato nel 1913 il melodramma materno il più possibile denudato dal pathos, Ingeborg Holm, dove brilla l’eccellente Hilda Borgstrom. Se giureremmo di vedere nei suoi tratti di madre prospera umiliata dalla sua vedovanza e dal suo fallimento quelli di una Edna Purviance nei film di Chaplin, è senza dubbio perché La donna di Parigi (1923) e, sulla sua scia dichiarata, Il ventaglio di Lady Windermere di Lubitsch (1925), devono molto a Sjostrom, alla sua foga passionale che non esclude il controllo” (Charlotte Garson, Le souffle Sjostrom, Cahiers du cinema n. 801 del 6/9/2023). “L’ottavo film del cineasta ottiene un successo mondiale. E’ il dramma, quasi senza vezzi (…) in cui si annuncia di già quello che sarà il marchio di Sjostrom: un realismo minuzioso, il senso di verità degli esseri, a cui si aggiunge un’organizzazione raffinata dell’espressione. Sjostrom va a scuola dalla pittura, ne studia le regole di composizione, le luci, gli accordi plastici.” (Jean-Loup Passek, Dictionnaire du cinema, Larousse). (voto 6+) Due sono le marche che si vedono all’interno della drogheria della protagonista: Lutpulver e Munvatten. Non so cosa siano e neppure se sono product placement.
Ancora su Netflix, sempre di Sjostrom, si trova anche C’era un uomo (Terje Vigen, 1916) di Victor Sjostrom. “Terje Vigen inaugura la grande epoca di Sjostrom. Il mare ne è protagonista essenziale, il montaggio esalta la drammaticità degli elementi. L’autore ha definitivamente trovato il suo ritmo, lento, la sua impostazione pesante, solenne che avvolge di misticismo il mondo naturale.” (Jean-Loup Passek, Dictionnaire du cinéma, Larousse, Trad. mia). Tratto da un poema di Ibsen, il film racconta di un uomo (Vigen) che vive su un’isola norvegese felice con la moglie e la piccola nascitura, immersi nella natura tra scogli e mare. Nel 1809 scoppia la guerra con l’Inghilterra e gli inglesi circondano le isole impedendo alla popolazione di procacciarsi beni necessari. Scoppia la fame e Terje Vigen (lo stesso Victor Sjostrom lo interpreta) cerca, di nascosto dalle navi inglesi, di procurarsi il grano per sfamare moglie e figlia. Verrà però catturato da un comandante inglese sordo alle richieste di pietà di Vigen per permettergli di salvare la famiglia. Finito in carcere, dovrà attendere la fine della guerra per tornare a casa. Qui scoprirà che le sue amate donne sono morte di fame. Ritiratosi su un’isola ancora più piccola e defilata, avrà con sé il destino che gli permetterà di intercettare una nave in difficoltà su cui viaggia proprio quel comandante con la moglie e la figlia. Una perfetta nemesi che permette a Vigen di progettare un naufragio della sua barca, giunta al salvataggio della famiglia, e vendicarsi così dell’odiato comandante. Ma la vendetta non avrà corso perché Vigen con tra le mani la piccoletta sarà mosso a pietà. Un melodramma marino che ha momenti di alta espressività umana e belle scene di acque tempestose, ma che è ancora girato con molte didascalie e avanza a scenette, un modo di far cinema che ormai è superato (Nascita di una nazione è del 1915). (Voto 6+)
Decisamente più articolato e completo l’altro melodrammone, tratto da un romanzo di Johann Sigurjonsson, ambientato stavolta in Islanda, I poscritti (1918) (anche questo attualmente su Netflix in una bellissima versione restaurata che recupera tutti i viraggi), in cui i protagonisti sono sempre Victor Sjostrom e la moglie Edith Erastoff, qui interpreti di una coppia unita da un amore che va oltre tutto. Ejvind è un fuggitivo dalla prigione in cui è stato messo dopo aver rubato, per fame, una pecora al prete del paese (che non mostra molta carità umana). Arrivato in una fattoria sulle colline riesce a farsi assumere presentandosi con il nome di Kari. Qui fa breccia nel cuore della vedova proprietaria della fattoria, Halla. Purtroppo il loro amore è ostacolato dal fatto che qualcuno riconosce Kari come Ejvind e lo costringe a riprendere la fuga. Halla abbandona tutto per amore e lo segue nonostante l’aspetti una vita di difficoltà e privazioni, sempre nella paura di venire rintracciati. I due trovano riparo e una vita felice su di un promontorio dove riescono anche a mettere al mondo una biondissima figlioletta. Verranno però rintracciati e costretti a fuggire nuovamente e, per non lasciare la bambina nelle mani dei loro cacciatori, la buttano da una rupe! Ormai senza più le loro certezze, con il senso di colpa per la morte della bimba e costretti in un rifugio durante una tempesta infinita senza cibo, decidono di darsi la morte abbandonandosi insieme nella ghiacciata neve islandese. Ancora una volta è la natura selvaggia, dura e bellissima del nord ad essere protagonista del film di Sjostrom a cui si oppongono, inutilmente, le miserie umane rappresentate dai volti ripresi nella loro umanità, giovani e felici all’inizio, provati e sciupati nel dolore alla fine. Vi è anche un intermezzo sensuale in cui un amico di Ejvind condivide con la famiglia un po’ di tempo e si innamora di Halla anticipando sia Mariti ciechi di Von Stroheim che alcuni foschi drammi montani di Luis Trenker. “La narrazione cinematografica di I poscritti è il modello di uno stile. Sin dalle prime inquadrature, le montagne d’Islanda, senza che apparentemente vi si insista, s’impongono con la loro presenza, e il vagabondo interpretato da Sjostrom sembra una loro emanazione. La fattoria, della cui ricca proprietaria (Edith Erastoff) egli s’innamorerà, è splendida per la sua scenografia e i vari personaggi vi sono inseriti con estrema sensibilità. Non c’è distacco tra il paesaggio naturale e le ricostruzioni in teatro di posa (…) Sjostrom, mostrandoci una fattoria islandese in una società primitiva e patriarcale, sa esprimere, con lo scenario e i costumi, la condizione della padrona e quella dei servi, la ricchezza, il paternalismo, l’artigianato familiare, senza che questo affresco sociale che succede alla descrizione dell’ambiente naturale intralci lo sviluppo dell’azione drammatica e psicologica (…) Mai prima d’ora il linguaggio cinematografico era stato adoperato con tanta sapienza.” (Georges Sadoul, Storia del cinema mondiale, Feltrinelli). “L’abilità di Sjostrom nel legare il passato con il presente in una serie di spasmi strazianti e la sua coraggiosa interpretazione (…), riscattano il puritanesimo della storia. L’uomo è alla mercé della natura, ma è anche nobilitato dalla sua presenza che tutto pervade. (Il Cinema grande stori illustrata, Volume nono, De Agostini Editore) (voto 7+)
Quando si ride di un uomo ricordatevi che ride bene, chi ride per ultimo! Questo beffardo detto va a pennello per un altro capolavoro di Victor Sjostrom, ancora una volta differente dai due citati prima. Qui siamo nel 1924 e Sjostrom è approdato a Hollywood e firma i suoi film con lo pseudonimo americanizzato Seastrom; da un’opera teatrale omonima mette in scena He who gets slapped, in Italia uscito come L’uomo che prende gli schiaffi. Il protagonista del film è lo studioso Beaumont che viene ospitato a casa del Barone Regnard, suo pigmalione che gli finanzia gli studi. Dopo lungo lavoro il nostro è pronto per proporre i risultati delle sue ricerche sulle origini dell’umanità all’Accademia delle scienze. Regnard, infido, però non solo presenta come suo il lavoro di Beaumont ma oltretutto gli “ruba” la moglie Mary che diventa sua amante. Entrambi liquideranno l’atterrito e furioso Beamont con uno schiaffo. Ritroveremo l’uomo qualche tempo dopo come “star” di un circo, è diventato il clown HE, colui che ride e prende gli schiaffi. Più prende schiaffi più la gente ride. Massacrato durante la rappresentazione circense da altri clown, inscena la propria morte con un collega che gli strappa il cuore (di stoffa naturalmente) e davanti a questa simulazione di crudeltà la gente… ride! D’altronde ricordiamo quale grande godimento gli spettatori traevano al Colosseo, per dire. Nel circo arriva poi la bellissima Consuelo (e Norma Shearer che la interpreta la era) figlia di un conte in disgrazia economica e costretta a riciclarsi come acrobata a cavallo. HE segretamente se ne innamora ma è troppo “ridicolo” perché lei lo prenda sul serio e le attenzioni romantiche della ragazza si dirigono verso Bezano, altro acrobata, che è interpretato da uno dei grandi amatori dello schermo del tempo, John Gilbert, che ricambia e vorrebbe impalmarsela. Ma il conte suo padre (Tully Marshall che assomiglia tanto al Macchia Nera di Topolino sia fisicamente che per avidità e cattiveria) ha altri piani e la “vende” letteralmente al Barone Regnard che così torna nella vita di HE, il quale non ci pensa due volte, con il dolore e la rabbia nel cuore, a vendicarsi e contemporaneamente salvare l’amata Consuelo dalle sue grinfie. Crudele racconto di umiliazione e vendetta, critica ad un’umanità cinica e stolta in cui primeggia un grandioso Lon Chaney che interpreta il protagonista. Il grande trasformista si immedesima nell’uomo umiliato che si nasconde sotto la maschera del clown (e l’attore per tutta la carriera si è nascosto sotto travestimenti anche modificandosi fisicamente, non per nulla fu chiamato l’uomo dai mille volti) e Sjostrom lo utilizza adeguandosi in qualche modo alla sua forza drammatica ed estrema, come poi farà anche Tod Browning con lui. Cambia anche il modo registico di Sjostrom che qui non è interessato solo a quello che mette dentro all’immagine (come nei precedenti) ma anche a come la costruisce. Sono molti i virtuosismi che addirittura anticipano le coreografie visionarie di Busby Berkeley, i trucchi alla Meliès e le sovrapposizioni d’immagini tanto di moda negli anni ’20, così facendo spazza via la rigidità teatrale delle origini del testo. “E’ un film straordinario, dove Sjostrom non soltanto si dimostra all’altezza delle tecniche sofisticate di Hollywood, ma riesce a iniettare in una storia di umiliazione e di vendetta una pungente ironia, che era mancata ai suoi film svedesi.” (Il Cinema grande stori illustrata, Volume nono, De Agostini Editore).
“Sjostrom fa della sessualità, imposta o accettata, il cuore ardente dei suoi film americani (…) Il melodramma, già celebrato dalla griffithiana Gish, riesce a incorporare una critica feroce dell’ipocrisia dei benpensanti” (Charlotte Garson, Le souffle Sjostrom, Cahiers du Cinema n. 801, Settembre 2023). Sjostrom/Seastrom con Lillian Gish in America girerà due film pieni di sessualità repressa e irrequietezza femminile nei confronti di una società castrante per le donne: La lettera scarlatta (1926) e il suo capolavoro osannato Il vento (1928). Il primo adattamento cinematografico del romanzo di Nathaniel Hawthorne vede un’immensa Gish con la sua (falsa) fragilità e il suo sguardo dolce dominare il film nell’interpretazione della protagonista Hester a cui è stato imposto il matrimonio con un uomo benestante che non ama e neanche conosceva (come ne Il vento, d’altronde). Quando questo sparisce, subito dopo le nozze neanche consumate, lei si innamora del Reverendo Dimmensdale con cui ha una figlia. In un contesto (1600) di bigottismo dei puritani del New England, dei protestanti arrivati dall’Inghilterra a Boston, in cui anche solo un bacio prematrimoniale o un’espressione di gioia nel giorno di Sabato, diventano atteggiamenti da punire con la gogna, pensate a cosa può andar incontro un’adultera. Hester per amore di Dimmensdale non rivela che è lui il padre e il reverendo riuscirà a non farle portar via la bambina, il frutto del loro rapporto, battezzandola nonostante per il paese sia considerata la figlia del demonio. Tutto il peso della colpa lo dovrà sopportare lei, costretta a stare in disparte e ad indossare la lettera scarlatta A come adultera per il resto della vita; Hester cresce tra le difficoltà e l’emarginazione la bambina. Le cose si complicano quando al villaggio arriva il marito di Hester, riapparso dopo anni in cui era stato catturato dai pellerossa… La Gish riesce a recitare anche solo con gli occhi, senza muovere un solo muscolo del viso, riesce ad imporre la sua minuta figura con l’orgoglio di chi sa che non è nel torto. Per Sjostrom, che comunque riesce a raccontare la storia sfruttando i paesaggi invernali e dando al tutto una fluidità realistica utilizzando anche carrellate ardite, è facile andarle a dietro e lasciare che la grande interprete dei melodrammi potenti di Griffith si trascini il film con sé. Il film è come detto un film d’amore e morte, di sessualità e ottusità e ha momenti di commedia con cui sarcasticamente (humour spettrale lo definì qualcuno) si condanna una certa moralità cristiana castrante e violenta e Sjostrom gira con una scioltezza moderna e “riesce a ritrovare l’odore di zolfo e i puritani rosi dall’amore e dalla sensualità repressa che aveva già descritto in Svezia nel film Il vascello tragico.” (Georges Sadoul, Storia del cinema mondiale, Feltrinelli). “Con La lettera scarlatta e Il vento Seastrom diventa il grande Sjostrom. In questi due film la realtà americana si eguaglia a quella svedese, l’oppressione fisica dell’ambientazione naturale si unisce all’oppressione morale del milieu sociale, divorato dal puritanesimo (…) Il suo realismo lirico, in più di un momento, raggiunge la violenza quasi sardonica di Stroheim” (Jean-Loup Passek, Dictionnaire du cinema, Larousse) (voto 7+)