Il nuovo film di Park Chan-wook è la versione cinematografica del noir The ax di Donald E. Westlake, già portata sullo schermo da Costa-Gavras nel 2005. Il testo è un noir con spunti ironici, cosa mantenuta da Costa-Gavras (la punta di comicità si trova nell’impaccio del protagonista a trasformarsi in assassino) ed esaltata da Park che vira decisamente sul grottesco, così più che di un noir possiamo parlare di Black-comedy con decisi risvolti sociali e uno sguardo al vetriolo sulla famiglia.
Inizia il film proprio su una bella famigliola che si gusta un’anguilla donata come premio dalla ditta cartaria in cui lavora Man-su (Lee Byung-hun, quello di Squid game). La moglie Miri (Son Yejin, tra le altre interpretazioni spicca quella della dolente Principessa Deok-hye nel film Deokyeonju del 2016) passa il tempo a giocare a tennis, il primogenito è un po’ scavezzacollo e la piccolina un genio del violoncello. Tutti si abbracciano insieme ai due amati cani. Che bello. Peccato che subito dopo arrivano gli americani a rilevare l’azienda dove lavora il marito e lui è tra i “tagliati”. Disoccupato vede vanificare tutto il suo paradiso alto-borghese e, insomma, anche i componenti della famiglia non sono molto contenti… Allora nella disperazione di aver partecipato a vari colloqui senza risultato, decide di intercettare i partecipanti alla selezione per un impiego di prestigio nella più grande fabbrica di carta della Sud Corea e sceglie quelli che hanno un curriculum migliore del suo per… farli fuori fisicamente (usando una vecchia pistola proveniente dalla Corea del Nord…) eliminando così i concorrenti al posto. Essendo un novellino in questo campo, e non avendo proprio il cuore per farlo, combinerà disastri ed intercetterà le vite famigliari delle vittime, non proprio limpidissime…
La trama si presta evidentemente ad un discorso sociale, e quindi adattissimo per Costa-Gavras che vi si buttò a pesce. Gli operai lasciati a casa da un giorno all’altro che perdono tutto perché poi la società non è preparata per supportarli, l’arrivo prossimo della A.I. che peggiorerà ulteriormente le cose, l’umiliazione dell’uomo senza un lavoro, sono questioni presenti anche nel film di Park anche se è evidente che al regista interessa più mettere il dito nella piaga della decadenza umana e famigliare. Park con i suoi omicidi raffazzonati non è neppure il peggiore, moralmente parlando, infatti lui agisce male per disperazione e necessità mentre altri personaggi (le mogli e i figli) lo fanno per convenienza oppure (l’amico, i dirigenti delle aziende) per indifferenza e boria egoistica.
Park fa un ottimo lavoro finché mantiene il grottesco a livello di commedia quasi surreale (alla Kitano tanto per farmi capire), ma in alcuni tratti scade nel grossolano volendo far ridere con battute e situazioni costruite, non per mostrare la goffa umanità dei personaggi, ma solo allo scopo di divertire (e spesso non riesce a farlo), mentre non c’è nulla da dire sulla sua raffinatissima regia in cui trova soluzioni sempre inventive nel montaggio, nelle sovrapposizioni delle scene, nelle inquadrature. (voto 6,5)
Buon campionario di marche d’auto nel product placement del film (Kia, Volvo, Mini, Jeep, Hyundae), divertente citazione di Netflix, la cui impossibilità di essere pagata dall’impoverimento della famiglia sembra essere una delle peggiori tragedie, distributori Self e Iphone (rubati in gran quantità dal figlio del protagonista).