Si apre il Trieste Science Fiction Festival 2026 con un film finlandese e con produttore e attrice protagonista accolti, come ha fatto notare il presentatore della serata, da bora e freddo invernale: “così si sentono a casa”, ha poi ironicamente commentato. Il film in questione è The squirrel (2026), un distopico “gentile”, nel senso che ci dà un quadro di un futuro fatto di “sicurezza, pulizia e comfort”. Tutto viene igienizzato, disinfettato. La natura è stata vinta, non vi sono più animali portatori di virus né si fa più l’antigenico sesso. Una società perfettamente pacificata ed anestetizzata. Il protagonista, Pasi, lavora nella robotica per costruire simulacri di cani. La protagonista, Emilia, è una controllora che interviene se succede qualcosa di strano. Cosa che può avvenire molto di raro per altro, anche perché tutti hanno al polso dei bracciali-computer che monitorano stato di salute e sbalzi emotivi. I sensi, le emozioni, i rapporti fisici sono stati totalmente annullati. Quando improvvisamente nella strada appare un vero scoiattolo, vivo e vegeto, questo diventa il classico granello di polvere che fa inceppare la macchina. O perlomeno fa inceppare le vite di Pasi ed Emilia… Il film affascina per le sue architetture asettiche, bianche e luminose. Per le sue inquadrature geometriche rese spesso con totali dall’alto, per la pacatezza dello svolgimento spesso silenzioso. E’ un film semplice che affronta un problema non semplice, un futuro in cui la natura è azzerata, così come violenza e crimine, ma è questo il migliore dei mondi? Insomma siamo dalle parti di La fuga di Logan. Per l’argomentazione e lo svolgimento ha ricevuto il premio Event Horizon (bizzarro consegnare un premio al momento del film d’apertura, di solito lo si fa alla fine delle rassegne…). Un film semplice dicevamo quello di Markus Lehmusruusu (regista per lo più televisivo con nel curriculum solo un lungo per il cinema, un film per ragazzi), troppo semplice direi: un film che a metà sai già perfettamente come proseguirà e finirà. (voto 5/6) Nessun product placement.
Una specie di Last of us ambientato in Australia (la protagonista assomiglia tra l’altro proprio all’attrice giovane della serie tv) ma senza quella specie di zombi dovuti al fungo-virus. Anche qui siamo in un futuro postapocalittico (incendi hanno reso sterile e senza cibo il continente e tra i pochi elementi umani rimasti vi sono un uomo e la figlia…) e anche qui si deve lottare per non soccombere e difendersi da altri esseri umani altrettanto affamati. Da autori “downunder” non possono mancare grandi spazi e un approccio “western”, ma Bunny Rabbit in concorso al Trieste Science Fiction Festival 2026 ha il ritmo, è vero, della ballata del west poi però esplode in tratti di musica distorta e in azioni di tosto e grafico gore. Un film duro che ti sorprende proprio quando ti sembra di assopirti… (voto 6/7) Ford e Sony nel product placement, parco, del film
Sarà per la mia allergia atavica al cinema di animazione, ma tutta questa esaltazione per il cinese Light Pillar, lodato dai selezionatori del Trieste Science Fiction Festival 2026 e anche dall’esperto di fantascienza cinese Francesco Verso (che in precedenza ci ha dato un interessante excursus sul panorama della letteratura SF di quel lontano paese in uno degli apprezzabili incontri organizzati dal festival e collaterali alle proiezioni), io non l’ho provata. Siamo di fronte ad una piccola fiaba amara in cui un uomo mediocre, povero e bistrattato nella vita, trova in un’esistenza virtuale sul web l’attenzione da parte dell’avatar di una ragazza, ma andrà incontro ad una delusione al momento in cui i due decidono di incontrarsi nella “vita vera” per partecipare ad un viaggio su un’astronave (che evidentemente in questo futuro è come andare in aereo…). Sdolcinamenti come d’obbligo nel cinema d’animazione (visto che solitamente il pubblico che paga per andare a vedere questi film è infantile), soliti animali carini e… quasi umani, batuffoli di pelo simpatici e amorevoli (non se ne può più…), cose che evidentemente piacciono anche agli adulti di bocca buona. A favore delle scelte degli autori vi è l’ambientazione in uno studio cinematografico, che gli dà quel tanto di interesse metacinematografico, e la buona idea di capovolgere il concetto di vita vera (che è quella con i disegni animati) e realtà virtuale (che è rappresentata con live action, ovvero gli attori in carne ed ossa diventano gli avatar dei protagonisti a cartoni…). (voto 5,5)
Ancora un post-disastro ecologico dovuto alla tecnologia mal utilizzata causa di un virus micidiale che ha decimato la popolazione mondiale, al Trieste Science Fiction Festival. In Sanctuary (kolossal serbo del regista Filip Kovacevic, tra Dune e Mad Max…) vediamo un villaggio tornato al medioevo in cui comanda uno “stregone” che ordina sacrifici umani per ottenere l’attenzione degli dei in attesa dell’arrivo del “profeta”. Questo arriva sotto le spoglie di una giovane scambiata per la figlia degli dei inviata sulla terra (mentre in realtà è una ragazzina incapsulata in animazione sospesa gettata in orbita per sfuggire dai disastri del passato e scoperta casualmente solo ora dopo anni). Alla ricerca del padre (umano) assieme ad un giovane del villaggio (e in fuga dal retrogrado religioso e da un violento prepotente con ambizioni di capo dittatoriale), la ragazza, Sky, si mette in cammino per più di mille km incontrando zone desertiche, laghi che non aveva mai visto nella vita precedente perché la natura era ricreata al computer, esseri disperati con tendenze cannibaliche ed infine il suo passato… Spettacolone non sempre ben governato (soprattutto il lavoro con gli attori non è certo perfetto, nonostante alcuni professionisti noti internazionalmente) che più dei kolossal citati ricorda i postatomici italiani dei Margheriti e dei Massaccesi. (voto 6)
Il losangelino Andy Chen, dopo aver ottenuto buona fama con i suoi corti SF sul web, arriva all’esordio con Another che abbiamo visto al Trieste Science Fiction Festival 2026. Il film mischia due topoi del cinema, quello dell’elaborazione del lutto che porta a strade che incrociano il fantastico e l’horror psicologico e quello prettamente fantascientifico delle porte che si aprono su mondi alternativi. Due coniugi di notevole personalità, Joey, una scrittrice che ha licenziato un best seller fantascientifico ed ora sta cercando l’ispirazione per il successivo, e il marito Ben, conferenziere apprezzato e piacione, tornando a casa da una serata litigano in auto animatamente finché lei non lo caccia e lui muore in un incidente sulla strada. I sensi di colpa e la mancanza dell’amato compagno cominciano a debilitare psicologicamente la donna che avverte strane presenze e ha incubi mostruosi. Fino a che Ben… le si ripresenta davanti vivo e vegeto! “Questo film è un mix di tutti i miei generi preferiti: mistero, fantascienza, horror, un pizzico di romanticismo e tanti colpi di scena” dichiara il regista, presente in sala, ed è proprio così. Se passiamo sopra a qualche passaggio di logica rivedibile, il film tiene attaccato lo spettatore allo schermo seguendo il sadico itinerario che il regista ha destinato alla protagonista (e quindi alla brava interprete India de Beaufort, un’attrice britannica più che altro attiva in serie tv e che qui dimostra che può reggere un ruolo tosto anche al cinema) ed è un buon prodotto che mischia intelligentemente intrigo e immaginazione. (voto 6,5)