Avete presente quando della trama di un film si capisce tutto fin dall’inizio? Quando cioè vediamo la bionda protagonista davanti al medico (dopo aver rinunciato a ricostruirsi il seno asportato per un tumore) ad inizio film affermare “a mio marito non interessa l’aspetto fisico”, immaginiamo già (e succede poche scene dopo) di ritrovarlo a letto con una giovane sventola. Quando cioè appena entra in scena Pierce Brosnan e apprendiamo che è il padre del giovane in procinto di sposarsi con la figlia della bionda di cui sopra ed è un uomo senza più sentimenti, capiamo già che alla fine i due si innamoreranno. Quando cioè vediamo la coppia di giovani in procinto di sposarsi talmente e zuccherosamente innamorati, subito non abbiamo dubbi sul fatto che il matrimonio non si farà.
Quello che non pensavamo minimamente, nonostante tutto, era che Suzanne Bier, una regista altrimenti ritenuta capace e rigorosa, ci proponesse un romantic-kitsch di siffatta specie.
Love is all you need è girato a Sorrento e non ci è risparmiato nulla dei cliché iconografici del luogo, tutto è patinato, luminescente, il mare blu, le spiagge deserte, le grotte, i vicoletti coi bei negozi ecc. ecc. E non ci è risparmiato nulla neppure nella colonna sonora in cui That’s amore ci viene propinata fino alla saturazione e dove Sarà perché ti amo e Tintarella di luna sono buone per far pensare ad uno scandinavo di aver fatto chissà quale scoperta musicale in materia di canzone romantica. Poi c’è lo svolgimento della trama che, seppur scontato come detto, potrebbe avere un po’ più di consistenza, invece in un paio di cambi di scena avvengono avvenimenti che sono tutto e il contrario di tutto con motivazioni che definire tirate per i capelli è eufemistico.
Insomma una roba tremenda.
Eppure in qualche modo, al di là del coté romantico, il soggetto prevedeva le tematiche abituali di un certo cinema nordico d’autore, quello di un Von Trier, di un Vinterberg ma anche della prima Bier. L’esplosione della famiglia borghese e la differenza di classe. Le difficoltà dei figli nei rapporti coi padri e la spersonalizzazione del mondo basato solo sul conto in banca. Il tutto però ridotto alla consistenza di una glassa zuccherosa.
E non basta buttarvi in mezzo l’amaro della malattia incubo delle donne, il cancro al seno, per renderlo più concettualmente sostanzioso.
Si salvano i grandi e begli occhi della protagonista Trine Dyrholm che riesce ad essere bella e credibile anche quando è totalmente pelata.
Curiosità la presenza del Ciro Petrone di Gomorra (film) nei panni di un omosessuale e di Marco d’Amore prima di Gomorra (serie) nei panni di uno zelante cuoco: la smitizzazione del camorrista?
Poco il product placement, a parte una 500 gialla e una MERCEDES (a simboleggiare la diversità di classi tra i personaggi della Dyrholm e di Brosnan), vi è solo una citazione benevola della qualità del vino FRANCIACORTA.