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CINEMA
3 Aprile 2026 - 19:32

DIARIO VISIVO (Tre registe, tre racconti di donne nella periferia parigina)

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Diamante nero; Divines; Fra le onde
DIARIO VISIVO (Tre registe, tre racconti di donne nella periferia parigina)

In una banlieue parigina vive Marieme, ragazza sedicenne di colore che le amiche chiamano Vic. Una ragazza silenziosa ma determinata che ha a che fare con un fratello manesco e retrogrado che la picchia e le impedisce di vivere una vita libera. Lei si unisce ad altre tre ragazze in una banda tutta black per affrontare la non facile vita del quartiere dove domina la legge della forza, della prepotenza. Celine Sciamma, dopo il successo di Tomboy e prima del riconoscimento internazionale di Ritratto della giovane in fiamme, gira quello che è il suo terzo film, Diamante nero (2014) nelle strade e nelle case dove vivono queste ragazze che hanno poche prospettive nella vita se non quella di sposarsi giovani e diventare madri e mogli sottomesse alla routine quotidiana, oppure quella della ricerca di una libertà individuale che però le costringe ad essere considerate delle “puttane” dall’opinione pubblica e a scegliere tra prostituzione e crimine per sopravvivere. La Sciamma segue con compartecipazione sentita e problematica principalmente la protagonista componendone un ritratto a più facce, tra voglia di vivere e castrazione in un mondo di povertà e maschilismo. (voto 7) Scontro di product placement tra i due colossi della telefonia cellulare, un I-phone viene contrapposto ad un Samsung Galaxy S3 che però viene magnificato a parole. Si vedono tante Adidas ma anche Air Jordan. In un negozio di alimentari spiccano Kit Kat e Twix, si beve Heineken e l’unica auto che si vede è una Peugeot.

Due anni dopo, nel 2016, esce anche Divines esordio di Houda Benyamina, praticamente un film che rappresenta una vicenda parallela a quella. Siamo sempre in una periferia parigina degradata in cui vive la rom Dounia (energica e “trasformista” prestazione interpretativa di Oulaya Amamra, d’altronde in Animale del 2024 la vedremo trasformarsi in un… toro!) che, come la protagonista di Diamante nero, sogna di uscire dai bassifondi e si ribella alla scuola e ad una vita da semplice impiegata che le prospettano. Anche lei ha un’amica, la nera mussulmana Maimouna (Deborah Lukumue dal fisico importante) che viene trascinata dalla praticamente “sorella” verso le speranze e i… guai. Sì perché anche qui la via per il “successo” passerebbe dall’arricchimento tramite lo spaccio della droga, tramite una boss del quartiere, una donna dura e violenta. Dounia rispetto a Marieme è di maggior virulenza e più diretta, ma ha la stessa determinazione di imporsi come donna ed individuo trascinando anche il quartiere ad una rivolta contro le forze pubbliche che ne ignorano le grida d’allarme. Vi è anche un incontro amoroso con un ballerino (l’arte come possibilità di bellezza e riscatto contro la violenza) storia d’amore monca che la Benyamina mostra con passaggi forti e poetici allo stesso tempo senza mai spezzare l’equilibrio con il sentimentalismo. Una regia coinvolgente che sapientemente sa dosare i momenti clou del film con una regia forte, diretta e compartecipativa. (voto 7) L’I-phone come conquista sociale, il Nokia ormai usato solo dagli spacciatori; Cartier come regalo per dimostrare il successo, la Ferrari nei sogni (la mini Cooper nel presente). Il Carrefour da derubare, il sorriso Colgate, le mutande Cerruti del fusto, uomo oggetto, la Nutella e gli M&M’s per dolce solidarietà di quartiere. Il product placement è completato da Reebok e dall’immancabile Adidas, regina dei quartieri disagiati.

Sempre con la colored Deborah Lukumue tra le due protagoniste di Fra le onde (2021), film in cui stavolta l’attrice afrofrancese fa coppia, nel senso di sorellanza, con Souheila Yacoub, attrice Svizzera di nascita con madre fiamminga e padre tunisino. Questo meticciato di razze diventa per le registe francesi una scelta ben precisa per dare una visione realistica di una nazione che ormai non può più esimersi dal dirsi eteroculturale (da anni per altro) e per mostrare le difficoltà, più che di integrazione, nel superare la mancanza e la perdita delle proprie radici. Le due ragazze di questo film non vivono una situazione di disagio sociale e di ribellione come quelle dei due film di cui si è detto in precedenza, ma cercano la propria via per uscire dal mal di vivere attraverso il teatro, la recitazione, l’elettricità dell’esprimersi. Alma (Lukumue) viene scelta come protagonista di un monologo teatrale (in cui, vedi un po’, si racconta una storia di emigrazione verso l’America da parte di una giovane vedova italiana che parte da Napoli negli anni ’20) e l’amica Margot (Yacoub) la segue come attrice di “riserva”. Le due amiche sembrano aver trovato la loro realizzazione e la felicità che tanto avevano perseguito, ma il destino è crudele perché una grave malattia colpisce Alma. Margot con la morte nel cuore riesce ad ottenere tutto ciò che si aspettava di avere Alma: la parte, il rispetto degli amici, l’amore… ma non riesce a gustarsi questo cambio di vita perché il dolore della sofferenza dell’amica/sorella non glielo permette. La regista Anais Volpé, al secondo lungometraggio, è inventiva per come costruisce un videoteatro che ben si amalgama con le sequenze di vita delle due ragazze girate spesso con macchina a mano in una Parigi che sembra New York. La parte della malattia e del dolore, pur mantenendo l’effetto “colpo allo stomaco”, non scade mai nel pietoso e le lacrime se arrivano lo fanno con… naturalezza di racconto non per coup de theatre costruiti a tavolino. (voto 6,5) Solo la citazione della Lamborghini, non altro product placement.

STEFANO BARBACINI

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