Londra, prima metà Ottocento.
Alan Foster è un giornalista alla ricerca di Edgar Allan Poe. Riesce a trovare lo scrittore americano in una taverna, mentre sta raccontando Berenice. Foster inizia a intervistare Poe, ma nel momento in cui la conversazione vira sul tema del paranormale, interviene Lord Blackwood. Foster si proclama un ferreo materialista e viene sfidato da Blackwood a passare una notte nel suo castello. Secondo lui, nessuno riesce a sopravvivere la notte dei morti e ogni anno sfida qualcuno per sfatare questo macabro tabù. Foster accetta. Ben presto scopre che il castello non è disabitato come gli era stato detto, ma chi vive fra quelle mura non appartiene più al regno dei vivi.
Dopo aver diretto La vergine di Norimberga, Margheriti si ritrova sul set di un altro horror gotico. Danza macabra però fa un passo avanti. Oltre a proporre i classici elementi del gotico (castello, fantasmi, teschi, allucinazioni, cigolii, ragnatele…), instaura un racconto in cui la linearità del tempo si fa sempre più labile. Foster si imbatte nel dottor Carmus, scienziato che risiede nel castello e studioso del paranormale. Il legame che si instaura fra i due non può che ricordare quello di Dante e Virgilio: Foster rivive, guidato dal dottore, gli orrori che hanno animato le mura del castello. Questa narrazione, a tratti riconducibile a quella di Dickens ne A Christmas Carol, ha una duplice funzione. Da un lato inizia a distruggere le convinzioni di Foster, dall’altro, quasi paradossalmente, cementifica la convinzione che il mondo paranormale esista. La ciclicità del tempo palesa il tema principale, ovvero l’eterna condanna per i propri crimini. I fantasmi, intrappolati in questo macabro limbo, sono costretti a riproporre in eterno i fatti di sangue che li hanno portati alla morte. Ed è proprio il sangue ciò che, vampirescamente, bramano più di ogni cosa. Tuttavia, il vero orrore non è nel castello, ma è fuori. Perché i fantasmi sono certamente assassini, ma vengono tratteggiati come succubi della propria natura. Per di più Elizabeth, innamoratasi di Foster, compie il proprio arco di redenzione e aiuta l’amato a fuggire. Chi invece è deliberatamente un mostro è Lord Blackwood, il sadico che getta in pasto al castello gli sventurati che accettano la scommessa mortale.
Anche l’erotismo è un ingrediente chiave del film. Sessualmente (nei limiti) esplicito, Danza macabra non si pone problemi a mostrare rapporti, farci sentire gemiti e una scena di nudo. Il tema del lesbismo è portato sullo schermo senza filtri, così come quello della necrofilia. Foster, seppur inconsapevolmente, ha un rapporto con una morta di cui si innamora e rifiuta l’idea che non sia viva.
Dal punto di vista tecnico, Margheriti firma il suo capolavoro in campo orrorifico. Registicamente architetta un castello claustrofobico, in cui l’attesa dell’alba è una lenta agonia. Il bianco e nero ci offre dei chiaro-scuri che scolpiscono le sale gotiche e i volti dei personaggi, la musica esalta incessantemente ogni istante di questa discesa nella dannazione umana.
Degna di nota, non so se volontaria o meno, la parodia dei peplum contemporanei. Quello che dovrebbe essere il temibile assassino, non è altro che un Maciste ebete (più del solito) che corre per i corridoi mostrando il fisico.
Danza macabra è certamente fra i migliori film gotici italiani. Margheriti realizza una pellicola audace, aggressiva e inquietante. A partire dall’intrigante incipit, alla progressiva scoperta degli orrori, fino al grande finale. Funziona tutto e nulla viene lasciato per strada. Margheriti non si pone problemi a sbandierare i macabri legami fra sesso e morte, fra lussuria e distruzione. L’infinita notte di Alan Foster è un monito che riecheggia tutt’ora nei bui corridoi dell’animo umano.