Tra il 1990 e il 1991, ovvero subito dopo la caduta del comunismo nei paesi dell’Est, Miklos Jancsò gira due film a commento di ciò che è avvenuto ipotizzando un futuro prossimo non propriamente positivo… “Il settantenne Jancso, già segnato dalla delusione del fallimento del sogno socialista, immaginava il nuovo corso come un periodo di stallo in attesa di una ben più dura e inevitabile repressione o, nel migliore dei casi, come il concretizzarsi della distopia di un mondo in disfacimento.” Scrive, al proposito, Lorenzo Rossi nell’articolo Una partitura incompiuta, Il cinema dell’Est Europa 1991-2001, su Cineforum NS N. 1.
Nel primo, Isten hatrafele megy (Dio cammina all’indietro, 1990), mette in scena due registi che stanno girando un film all’interno di un castello mentre su alcuni video scorrono interviste e incontri politici sulla situazione internazionale. Jancsò ipotizza che Gorbaciov venga ucciso e che truppe illiberali e repressive giungano ad uccidere tutti coloro che partecipano al film, registi compresi. Ma si scoprirà che è un film nel film e il finale, una lunga, unica sequenza, mette in mostra un gruppo di cinefili e amici del regista che chiacchierano, guardano uno striptease, bevono e mangiano con una voice over che commenta amaramente ciò che è successo e come si è arrivati all’odierno. Senza però grandi speranze dato che anche questo overfilm finisce tragicamente con l’omicidio di Miklos Jancso stesso. Il film è girato nelle nuove modalità che il cinema del regista ha adottato dopo aver svoltato nel 1980 verso un cinema più sperimentale, anche confuso nella sua libertà espressiva, difficile da seguire e impregnato di intellettualismo e metacinema. Come già ne L’oroscopo di Gesù Cristo le scene sono ambientate in mezzo a decine di monitor che mandano immagini d’archivio, d’attualità o semplicemente raddoppiano ciò che succede sul set. Jancso però non rinuncia alle sue lunghe, a volte lunghissime, carrellate in piano-sequenza, caratteristica principale di tutto il suo cinema, e proprio nel finale la voce esterna commenta anche la tecnica cinematografica: “qualcuno che ammira le inquadrature lunghe perché dice che sono come le lunghe inquadrature della creazione di Dio, con le quali ha creato almeno un film dell’Universo.” Altra caratteristica della parte finale della sua carriera cinematografica sono i tanti nudi femminili. Qui una donna di origini francesi, Nathalie (Magdolna Riman), si aggira completamente nuda per i locali, donna di tutti e di nessuno, corpo di bellezza e piacere che non ha praticamente parola ed è ridotta quasi ad oggetto scenico, cosa che potrebbe al giorno d’oggi innescare molte critiche. Sempre dal film traiamo una spiegazione: “Che questa nudità goffamente perfetta ci rivesta tutti, che questa nudità sia il fiore della sopravvivenza, il ritratto ingrandito della gioia.” (voto 5/6)
Una specie di thriller (fanta)politico ma sottoforma di satira, è anche il successivo, Kek Duna keringo (Il valzer del Danubio blu-1992), titolo che riprende quello del valzer di Strauss che per tutto il film aleggia nella colonna sonora suonato da musicisti inseriti nel film. Scopriamo come è stato finanziato (e nel frattempo abbiamo un’interessante osservazione di Miklos Jancso) quando in un’intervista, contenuta nel book dedicato al regista dal Bergamo Film Meeting che, nel 2016, ha presentato una sua personale, l’intervistatore Ferenc Varga chiede se sia possibile fare film con valore artistico e che nello stesso tempo un successo commerciale: “Nei primi anni Novanta, un mio film (questo ndr) è stato finanziato da un ragazzo americano. L’ho conosciuto a Cambridge, ci siamo seduti in un bar per parlare. E’ venuto da noi un ragazzo per l’ordinazione e mi ha chiesto: <<Lei è Jancso, vero?>>. Aveva un accento strano, veniva da Tel-Aviv, dove aveva studiato i miei film. Allora il giovane americano mi ha detto: <<il regista non è quello che insegna, ma quello che è guardato>>. Anche i film d’autore sono comunque realizzati per il pubblico.” Siamo ancora nel periodo post-caduta del muro e del comunismo e un nuovo governo si sta istallando. Sentiamo il Primo Ministro parlare di far spazzare via i vecchi comunisti e di aprire a nuovi finanziamenti verso il capitalismo per nuove costruzioni e investimenti. Il commento, tramite alcuni operai e giornalisti che interagiscono con il politico, da parte di Jancso sulla “nuova classe politica” ancora una volta non è… lusinghiero: “Purtroppo non è impossibile che l’intero paese diventi vittima di nevrotici e di psicopatici, il paese è diventato un’incursione dell’arrogante classe dirigente… Stiamo protestando contro lo spopolamento del paese. Avete visto con i vostri occhi le stranezze che stanno facendo. Quando si portarono via il macchinario (i nuovi finanziatori ndr), promisero di creare nuovi posti di lavoro. Invece li distruggeranno per creare nuovi edifici per uffici. Questo governo è incompetente. Il paese favorisce solo i ricchi. Non c’è lavoro e la disoccupazione è in aumento”. Poi le trame del film si sviluppano attorno al nipote del Primo Ministro (i due sono interpretati da due icone del cinema magiaro, Gyorgy Cserhalmi e Jozsef Madaras) che, amante della moglie dello zio, ne trama shakespearianamente l’omicidio. All’interno di un hotel sul Danubio il politico viene ucciso dalla moglie che cade in preda ad una crisi nervosa fino al suicidio. Ma le cose non si mettono bene per colui che ha ordito la trama perché le sue mire di ricchezza e potere politico vengono frustrate da un poliziotto che lo scopre. Ma, come è consuetudine negli ultimi film di Jancso, si scopre che né il Primo Ministro, né la moglie sono veramente morte e chi ci rimetterà sarà proprio lui, tradito anche dalla bella dottoressa che pareva tenergli corda… Il film è gemello, stilisticamente e per argomentazione, al precedente con i consueti lunghissimi piani sequenza e l’utilizzo di schermi un po’ ovunque che diventano veri e propri specchi di quello che succede “in scena” come sempre più frequentemente si assiste, oggi però, nel teatro moderno con gli attori che recitano ripresi direttamente da una videocamera che ne proietta le azioni su uno schermo. (voto 6+) Non vi è product placement.