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CINEMA
2 Gennaio 2026 - 20:43

DIARIO VISIVO (Recupero di film recenti in streaming)

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La sostituta; Fuori; 60 minuti; Il coraggio di Blanche; Un femme du monde
DIARIO VISIVO (Recupero di film recenti in streaming)

Siamo nel 1914 quando una donna che non nasceva, fortunata, in una “buona e borghese famiglia” ben che gli andava poteva far la serva, altrimenti (se magari non acconsentiva a sottostare alle voglie del padrone) non le restava che la prostituzione o mendicare per strada. Questo è quel che succede a Nelie Laborde (interpretata da Lyna Khoudri con quel suo volto che ricorda la tenerezza infantile) nel film La sostituta (2021) di Aurelia Georges tratto da The new Magdalene di Wilkie Collins (scrittore inglese di fine ‘800 sodale di Dickens, molto attento alla situazione dei poveri). Un periodo in cui ci si augurava in attesa di partorire: “spero non sia una femmina, siamo nate per soffrire”. Quando scoppia la guerra viene contatta per strada da una reclutatrice della Croce Rossa per diventare infermiera negli ospedali militari. Qui conosce la svizzera di discendenza borghese, ma appena diventata orfana, Rose Juillet (Maud Wyler dalle caratteristiche opposte a quelle della Khoudri, istintiva e decisa) la quale sta andando in Francia per diventare la dama di compagnia di una nobile, Eleonore de Lengwil (Sabine Azema che mantiene il suo sguardo dolce anche dietro le impietose rughe dell’età accentuate dal trucco). Una bomba colpisce Rose che viene creduta morta. Nelie pensa bene di “rubarne” l’identità per sfruttare l’occasione di cambiare completamente la propria vita. Diventata lettrice della nobile e finalmente in grado di avere un’esistenza pacificata e agiata, dovrà però affrontare la rabbia della revenant, la vera Rose, tutt’altro che morta, che rivuole il suo posto… Film che affronta il problema della discriminazione femminile e della differenza di classe (nasce una rivalità incancrenita tra Rose e Nelie anche perché la prima tratta con disprezzo la seconda non tanto per il furto di identità ma perché “tu non potrai essere come noi tenendo conto da dove vieni…”. Temi forti ma affrontati dalla Georges con un accademismo paratelevisivo, leziosa illustrazione di eventi e di ambientazioni in costume. Ha qualche momento “alto”, è vero (come quando la Khoudri in figura intera davanti ad una bianca porta confessa il suo errore dovuto alla disperazione), ma per il resto si rischia la noia. (voto 5/6)

L’accusa che si fa solitamente a Martone, autore di chiara origine teatrale, è quella di peccare di manierismo. In realtà il suo cinema è autoriale e apparentemente statico per come viene girato ma decisamente vitale per quanto riguarda le interpretazioni e i personaggi. Nel recente Fuori (2025) affronta una parte della vita di Goliarda Sapienza, scrittrice da alcuni anni riscoperta e donna con una vita attivissima e diversificata: è stata attrice, ha partecipato alla Resistenza, è stata moglie per tanti anni di Citto Maselli, attivista, amante bisessuale, ha tentato il suicidio ed è anche finita per qualche mese in prigione. Ed è proprio questo periodo che affronta Martone. La 55enne Goliarda (Valeria Golino) per fare un dispetto ad un’amica ex-amante (più che per voler propriamente commettere un furto, almeno così la lei di Fuori afferma) le rubò dei gioielli e, tentando di rivenderli, fu scoperta e arrestata. Il film è costruito con salti temporali tra tre periodi: prima dell’arresto, durante la carcerazione e dopo l’uscita dal carcere. Goliarda diventa amica di due detenute (Matilda De Angelis e Elodie) con cui ha un rapporto che mi ricorda quello di Pasolini con i suoi ragazzi di strada. Ne apprezza la libertà assoluta, l’imprudenza con cui affrontano la vita anche a costo di dipendenza dalla droga, accenni di prostituzione, furti d’auto ecc… e, soprattutto, l’amicizia sfrontata ma sincera che sconfina nell’amore fisico e omosessuale. Un film quindi che ha una sua anima, proveniente dalla sceneggiatura e dal libro di Ippolita Di Majo ma anche dalla costruzione nervosa e mai pacificata della regia di Martone. (voto 6/7) Due scatole evidenti nel negozio di Elodie riportano due firme di abiti, Cecinne e Fayrah, mentre l’amico ambiguo della De Angelis (Antonio Gerardi) porta le tre in giro su una Mercedes coupée rossa fiammante.

“E’ possibile apprezzare del tutto il tedesco 60 minuti (2024) d’Oliver Kienle (disponibile su Netflix) per le sue scene di combattimento, impregnate di differenti stili di mixed martial arts in interni, in esterni, in uno contro uno, in uno contro dodici, in quattro contro quattro e altre sorprese. Gli avversari non si risparmiano, concatenando movimenti complessi piuttosto ben inquadrati e montati. Lato sceneggiatura invece, l’imbecillità e l’egoismo gretto del personaggio principale costituiscono uno dei più grandi insulti mai indirizzati agli sport di combattimento nel loro insieme” (San Helving dixit in Notules vod lunaires su Mad Movies). Ora, io non sono un esperto di arti marziali e ne godo solo come spettatore quando in effetti, come in questo caso, sono ben coreografati, non troppo insistiti e non troppo noiosi e quindi mi attengo a quanto il pungente critico di genere francese comunica. Sulla trama posso pure concordare con lui ma tutto questo affronto agli sport (le trame non propriamente ben articolate e per nulla originali in questo campo si sprecano) non lo vedo. In realtà questa “inettitudine” e ignorante determinazione di Emilio Sakraya, un ragazzone bello e forzuto, per dimostrare di essere un buon padre, non mi è dispiaciuta e ne ho provato un guilty pleasure come direbbero su Nocturno. Ma di cosa stiamo parlando? Un lottatore di MMA deve avere un incontro importante e più volte rimandato proprio mentre la figlioletta Leonie (avuta con una donna da cui ha divorziato) compie gli anni. Se non si presenta al compleanno l’ex-moglie minaccia di togliergli la possibilità di vedere la figlia. A sorpresa Octavio (il protagonista interpretato da Sakraya) decide di rinunciare all’incontro e di correre dalla figlia: in un’ora deve ritirare una torta, prelevare un gattino da regalarle e arrivare alla casa dove abita Leonie con la madre e con il nuovo compagno di lei. Purtroppo, Octavio non ha fatto i conti con il fatto che l’incontro è truccato e alcuni scommettitori, se lui non combatte e vince, rischiano di perdere somme enormi. Dietro vi è anche una cattivissima oligarca russa che orchestra il tutto… Un casino che porta sulla strada di casa a combattimenti, sparatorie, interventi della polizia ecc… Nel frattempo l’ora che appare frequentemente sullo schermo scandisce il tempo che passa, i 60 minuti che decrescono… riuscirà il nostro a superare tutti gli ostacoli e, nonostante ferite e botte subite, arrivare dalla figlioletta con… il gattino vivo? Talmente idiota da essere simpatico… (voto 6-) La Apple domina con i suoi telefoni e smart watch il product placement del film.

Il cinema francese, da molti criticato per la tendenza a rivolgersi spesso a se stesso in modo egotistico, non può esser certo accusato di non sfornare attori e attrici di grande qualità, sapendo rinnovarsi e difficilmente perdendo di qualità in questa specificità. Soprattutto è forse la cinematografica che riesce a trovare il maggior numero di talenti femminili che riescono a combinare bellezza e sensualità a spigliatezza e bravura. Al momento (tolta, per età non certo perché ha perso queste qualità, l’immensa Isabelle Huppert) frequentemente incontriamo sugli schermi oltralpe quattro attrici di grande bravura, espressività e bellezza naturale e conturbante. Sto parlando, non in ordine di preferenza, di Adele Exarchopoulos, Lea Seydoux, Vimala Pons e Virginie Efira, tutte di età diverse, con peculiarità attoriali differenti, ma tutte immense anche per come sullo schermo mettano corpo e anima. Tutto questo per introdurre il film di Valerie Donzelli che ho appena visionato, Il coraggio di Blanche (2023), in cui la Efira si sdoppia interpretando due sorelle gemelle. In realtà il film è incentrato su una delle due, Blanche appunto (il fatto che le due siano gemelle nell’economia del film conta ben poco, che sia proprio la voglia di mostrare le capacità interpretative di Virginie Efira ad aver portato a questa scelta?), insegnate di lettere che vediamo innamorarsi di Greg (Melvil Poupaud che sta insediando Mathieu Amalric come presenzialismo nei film francesi) in un inizio che sembra una versione de Il tempo delle mele per adulti. I due mettono su casa, danno vita a due bei bambini ma… non è tutto oro quel che luccica. Piano piano Blanche si accorge che il suo uomo è possessivo, geloso, ossessivo… Il film non è un horror anche se la trama è stata più volte trattata in questo genere, ma mette in scena l’orrore della violenza sulle donne e la castrazione maschile sulle loro libertà e individualità. Se non vi è nulla di particolarmente originale nell’opera, questa si salva per la capacità visiva della regista e per l’interpretazione proprio dell’Efira e, ancora una volta, conferma che le registe si stanno prendendo in mano l’analisi psicologica e sessuale delle donne, un tempo ad appannaggio dei registi maschi. (voto 6+). Una macchina da cucire Singer, un telefonino Samsung, la pubb-licità della Nike e Philips nel product placement del film.

Sempre una donna, una madre single, protagonista del film Une femme du monde (2021) della regista esordiente nel lungo Cecile Ducrocq (già conosciuta come attrice, realizzatrice di cortometraggi e, principalmente, sceneggiatrice di serie televisive). Marie (Laure Calamy che mette la sua “normalità” al servizio del film in un personaggio di madre-prostituta), libera professionista del sesso e ormai vicina ai quarant’anni, vive per il bene del figlio, un po’ ribelle, un po’ incerto sulla sua strada. Il ragazzo ama cucinare e vorrebbe diventare cuoco e la madre viene a sapere da un suo cliente abituale che esiste una scuola privata di alta cucina che lo potrebbe prendere. Bisogna però mettere insieme 9000 euro per potervi accedere. Marie allora accetta di andare da Strasburgo dove vive al di là del confine e dove si trova un bordello legale a “lavorare sotto padrone” al ritmo di 5 o 6 clienti a notte… Il film è semplice, senza particolari sottotrame, diretto e la Ducrocq ci concede, soprattutto nelle immagini notturne, anche qualche momento poetico e qualche sequenza girata con forza. Ma quello che è interessante è la visione data al mondo della prostituzione che si allontana da quello che siamo abituati a vedere nei film che se ne sono occupati in passato. Qui l’attività è vista come un normale lavoro (le prostitute si organizzano in comitati che protestano per la penalizzazione del cliente, che penalizza anche loro, al grido “il corpo è nostro e ci facciamo ciò che vogliamo”) e vi è una netta contrapposizione tra la libera professione e quella in cui vi sono dei magnaccia che obbligano e sfruttano le ragazze, principalmente le immigrate di colore. Insomma una visione altra del problema visto da una prospettiva femminile, tra l’altro. (voto 6) Nel film si bevono Coca Cola e Fanta, si citano Red Bull e McDonald’s e si va a fare acquisti dalla Lidl, questo il product placement.

STEFANO BARBACINI

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