HUNGER – Steve McQueen (2008)
Nonostante fama internazionale suggellata da una Camera d’or a Cannes e critiche tutte positive, abbiamo dovuto aspettare quattro anni per vedere in Italia l’esordio di Steve McQueen, regista inglese ora conosciuto grazie al successivo Shame.
Questa è l’attenzione della distribuzione italiana al cinema che va al di là dei gusti soliti, triti e ritriti, del grande pubblico.
Se in Shame non ci fosse tanto sesso chissà se anche noi avremmo scoperto uno dei maggiori talenti europei tra gli esordienti dell’ultimo decennio.
Hunger non ha una vera storia, è semplicemente un focus drammatico e potente sulla situazione irlandese del 1981 con la Tatcher al potere in Inghilterra.
Il film si divide praticamente in due parti con un lungo ed importante intermezzo.
Nella prima ci si avvicina al centro degli eventi (lo sciopero della fame di Bobby Sands) partendo da personaggi marginali. Seguiamo una guardia carceraria che esce di casa lasciando la propria famigliola per recarsi al lavoro nella quiete di un quartiere periferico.
Poi ci ficchiamo assieme ad un “terrorista” dell’IRA dentro ad una prigione inglese. Si è nel mezzo della protesta “delle coperte e dello sporco”. In pratica i detenuti rifiutano di essere trattati come comuni criminali e rivendicano di poter restare in carcere con i propri vestiti. La protesta consiste nel vivere nudi con solo una coperta dentro celle sporcate con escrementi senza lavarsi e lasciando crescere capelli e barba.
Tutto ciò non è espletato ma lo capiamo partendo dai dettagli che vengono ripresi: escrementi, vermi, corpi sporchi e segnati dalla violenza, spedizioni punitive delle guardie. Momenti di claustrofobia quasi insopportabile interrotti da brevi attimii in cui fredda neve e bianche nubi ci danno un poco di respiro senza per altro lasciarci grandi speranze.
McQueen gioca per sottrazione, tutta questa parte è quasi interamente senza dialoghi e senza musica e si conclude con un’esecuzione violenta che non ci viene spiegata ma solamente mostrata in modo secco con la crudezza e la spietatezza di un Alan Clarke il cui stile non deve essere estraneo alla cultura del regista di Hunger.
Solo nel sottofinale di questa prima parte viene portato in primo piano il protagonista di questa storia, Bobby Sands interpretato da Michael Fassbender, poi interprete anche del ruolo principale in Shame. Fassbender si cala nella storia del paese in cui ha radici (è infatti tedesco di sangue irlandese) con un’immedesimazione fisica e mentale clamorosa (si è sottoposto anche ad una durissima dieta sotto controllo medico).
Poi un’interminabile ed ipnotica sequenza di 16 minuti con la camera fissa ad inquadrare Fassbender e Liam Cunningham (nei panni di un prete cattolico irlandese) che dialogano ai lati di un tavolo e ci fanno in un quarto d’ora il quadro della situazione politica ricordando anche sprazzi di vita irlandese, ricordi di sogni difficili da rincorrere, violenze ed odio difficili da eliminare.
Qui Sands, contro il parere del prete, dichiara la sua intenzione di combattere il potere politico inglese con un digiuno che è disposto a portare fino all’estremo.
Inizia la seconda parte del film. Si torna ad elidere i dialoghi. Solo sofferenza, un corpo martoriato in modo cristologico dal rifiuto del cibo. Piaghe, dettagli terrificanti, esperienza fisica e disagio che non può non coinvolgerci in prima persona.
Rumori, sprazzi di musica industriale inquietantemente sgradevole e per questo, visto il contesto, bellissima.
Poi il silenzio della morte dopo le parole terribilmente senza pietà della donna più importante nell’Europa del dopoguerra, Margaret Thatcher.
Poco spazio per product placement in un film con tale struttura. Qualcosina arriva portata dall’esterno, un pacchetto di riconoscibili sigarette portate dal prete, la macchina della guardia carceraria, una FORD.