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SPECIALI
20 Agosto 2008 - 23:29

Festival del cinema di Lecco

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Serata Make/Remake
Festival del cinema di Lecco Make e Remake al festival lecco del product placement. Rassegna dedicata al product placement cinematografico delle auto che, partendo dal make “Un colpo all’italiana” e dal suo remake “The italian job”, mostrerà come le auto siano spesso fra le protagoniste incontrastate dei film.
Molti sono infatti i film in cui la macchina è la protagonista assoluta e moltissimi sono quelli in cui l’auto diventa fondamentale per lo sviluppo della storia.
Dalla Ford T di Stanlio & Olio, perennemente distrutta alle auto dei vari detective del cinema noir fino ai sophisticated comedy, l’auto, nei primi sessant’anni del cinema non aveva grosse possibilità di manovra. Persino Bond alla sua prima apparizione (Dr. No, 1962) non viene dotato di un auto, mentre ha solo una misera Bentley Mark IV alla seconda (From Russia with love, 1963). Ci vorrà un nemico come Goldfinger per ottenere da Q una Aston Martin DB5 dotata dei primi pericolosissimi gadget. Da quel momento l’auto diventerà fondamentale per ogni genere di clone.
Nel 1966 Jean-Louis Trintignant lascia partire la sua donna (Un uomo e una donna) per poi inseguire e superare il treno e raggiungerla alla stazione di arrivo a bordo della sua Ford Munstang. Le vendite in Francia si impennarono incredibilmente. Stessa cosa che successe nel 1968 in seguito all’uscita di un film della Walt Disney intitolato “The love bug” (Un maggiolino tutto matto). Il film ed i suoi seguiti sono a tutt’oggi la più riuscita campagna pubblicitaria mai fatta dalla Volkswagen in America. Per non parlare dei miti creati dalle accoppiate Bullitt-Ford Munstag, Alfa Duetto-Il laureato e, volendo allargare il campo, Harley Davidson-Easy Rider.
In questo scenario viene concepito il primo Italian Job: una rapina spettacolare in cui le macchine sono le vere protagoniste. Per la parte principale venne scelta la mini minor, anche se sembra che Gianni Agnelli avesse fatto di tutto per avere le 500, considerato che il colpo veniva, fra l’altro, fatto ai danni della Fiat. Purtroppo la produzione impose l’auto inglese e l’avvocato si accontentò di essere protagonista per il resto del film. Un’ottima mossa comunque se si pensa che in quegli anni erano pressoché vietate le pubblicità delle auto in televisione. (in Italia lo fu fino al 1977).
Il secondo Italian Job vede la sua nascita in un contesto non molto differente sotto certi aspetti. La pubblicità televisiva delle auto non è più vietata ma è comunque regolata da dei codici di disciplina pubblicitaria molto rigidi che non permettono, a seconda delle nazioni e fra le tante cose, quelle di mostrare la potenza dei veicoli, la discriminazione sociale e soprattutto il guidare in contesti pericolosi. L’esigenza delle case costruttrici di infrangere queste regole ha fatto si che nascessero film creati appositamente. I primi a capire che il cinema sarebbe potuto essere la nuova strada per la pubblicità furono BMW, Volvo e l’italiana Pirelli.
I loro corti non sono nient’altro che delle pubblicità molto lunghe nelle quali l’auto può combinare (con la scusa di essere cinema) di tutto. Sia BMW che Pirelli si trovano a dove affrontare addirittura il diavolo, ma Pirelli si spinge oltre sfondando un altro vincolo della pubblicità e mostrando un Malkovich sacerdote direttamente inviato dal Vaticano per fermare il diavolo Campbell con la forza dei copertoni.
Dopo il successo della serie di film (e dei successivi fumetti ad essa ispirati), nonché delle operazioni Bond-BMW di quegli anni, la casa tedesca decise di rilanciare il marchio mini appena comprato coinvolgendo Hollywood nel remake del film del 1969. L’operazione fu un vero successo pubblicitario al punto che anche altri agenti si dotarono successivamente della Mini, da Jason Bourne ad Austin Power e a breve dovrebbe essere pronto il seguito: The Brazilian Job.
Un ultima nota sugli altri product placement presenti nel film. Quello più interessante è sicuramente quello di Napster.
Napster fu il primo vero programma mondiale di pirateria peer-to-peer inventato da Shawn Fanning nel 1999. Nel film Lyle (Seth Green) dice di essere lui il vero Napster, mentre Shaw Fanning è un impostore che oltre all’idea gli ha rubato anche la copertina di Wired. Il vero Fanning appare nel ruolo di se stesso mentre ruba il progetto e il nome Napster percorre tutto il film. E il product placement? Dopo la chiusura avvenuta nel 2002 il marchio fu venduto alla Online music e nel 2003 rilanciato quasi in contemporanea con il film.
JMN

©www.dysnews.eu

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