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13 Giugno 2011 - 11:03

ASIANFILMFESTIVAL 2011

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Quest'anno a Reggio Emilia
ASIANFILMFESTIVAL 2011

ASIANFILMFESTIVAL 2011

 

Nona edizione dell’Asianfilmfestival.

 Il fratellino minore del Fareastfestival continua nonostante tutte le difficoltà la sua avventura. Per farlo però gli organizzatori del cineforum Bresson hanno deciso di abbandonare la burocrazia e la concorrenza delle troppe manifestazioni romane per cercare maggiore visibilità in una città come Reggio Emilia da sempre ricettiva culturalmente ma orfana di un festival cinematografico di questa dimensione.

In realtà il festival, pur non avendo le dimensioni della più famosa rassegna friulana, non si può definire propriamente “piccolo” presentando in una settimana di proiezioni una quarantina di titoli distribuiti su 3 cinema della città proponendosi come ideale completamento della panoramica sul cinema orientale.

Si comincia sabato 11 giugno per finire il 18.

I primi film visionati potrebbero essere accumunati per l’interesse che i registi pongono verso le città e l’emigrazione dalla provincia alle grandi metropoli.

Return ticket è il secondo film del taiwanese Teng Yung-shing, veterano direttore di video pubblicitari passato alla regia nel 2003 e realizzatore di questa seconda opera dopo ben sette anni. Produttore del film è Hou Hsiao-hsien, maestro riconosciuto del cinema di Taiwan e ben conosciuto anche in occidente. La protagonista del film è una donna che dalla natia Shenzen emigra a Shanghai ospitata da un’anziana conoscente con l’obiettivo di guadagnare più soldi possibile. Per raggiungere lo scopo organizza un affare con una coppia di squinternati personaggi (un trafficone e un senzatetto muto) che riguarda la vendita di biglietti per un viaggio in pullman da proporre a emigrati intenzionati a tornare al paese di origine Shenzen. Girato nella periferia di Shanghai in appartamenti squallidi sovraffollati e subaffittati, tra le rovine e i rottami lasciati ai margini della città moderna del boom cinese, è un toccante racconto sulla lontananza e la difficoltà di rapporti tra vecchie e nuove generazioni; fa parte di quello che potremmo chiamare realismo “postindustriale” cinese anche se Teng non possiede l’arte di Hou e neppure il radicale sguardo sull’ambiente disumanizzante che circonda i soggetti delle storie raccontate di un Jia Zhang-ke. L’arrivo della protagonista a Shanghai in treno è accompagnato da AMSINO che fornisce coperture per i sedili dei treni cinesi ed è insieme a VISA e furgoni JAC parte della pellicola in maniera probabilmente occasionale. Il negozio da parrucchiera TONY & GUY Hairdresser è invece ringraziato nei titoli finali per l’ambientazione delle scene che mostrano il mestiere di un personaggio femminile del film prima di smetterlo per iniziare quello più antico del mondo.

Dalla periferia di Shanghai ad un quartiere di Hong Kong. Crossing Hennessy è girato tutto lungo la strada del titolo. Si narra la storia di due figli di proprietari di attività che si trovano dai due lati della stessa via destinati dai genitori ad un matrimonio di “convenienza”. Lui è il “bamboccione” quarantenne figlio della proprietaria di un negozio di elettrodomestici, allevato e viziato dalla zia, lei la figlia di un altro negoziante innamorata di un poco di buono appena uscito dalla galera. Naturalmente all’inizio i due sono contrari al matrimonio organizzato dai rispettivi genitori ma nel corso del film, anche grazie ad un comune interesse per la lettura di romanzi gialli, impareranno a conoscersi e a volersi bene. Commedia romantica dai risvolti amarognoli ha come unico interesse l’ambientazione che ci mostra una Hong Kong popolare lungo questa strada commerciale (di cui ci vengono mostrati in lunghe carrellate WALRUS, 7ELEVEN, J-P BOOKS e altri negozi) ma girata in maniera anonima con inutili inserti fantastici, puerili soluzioni registiche, dialoghi senza interesse e con un protagonista maschile, la popstar Jacky Cheung, decisamente fuori parte. Product placement in evidenza per HITACHI di cui è tappezzato tutto il negozio di elettrodomestici; la protagonista femminile calza ALL STARS e un’altra guida LAND ROVER. Ricordiamo un divertente dialogo in cui una donna si lamenta di un corteggiatore che le avrebbe promesso di portarla all’HILTON ma in realtà intendeva a Hilltown…

Commedia romantica ma di ben altro interesse anche quella diretta da Clara Law, apolide regista nata a Macao, trasferitasi a Hong Kong ma poi stabilitasi in Australia dopo un soggiorno newyorchese. L’importanza dell’urbanistica e dell’architettura metropolitana è presente in tutte le opere della Law e quindi non poteva essere diversamente in questo Like a dream. La storia è ambientata tra New York e Shanghai, e racconta di Max, ex hacker ora creatore di software di successo di origine cinese ma emigrato negli Stati Uniti da piccolo tanto da conoscere (male) la lingua madre solo per gli insegnamenti della nonna. Al giovane in crisi d’identità (da anni è seguito da uno psicologo per un trauma dell’infanzia) appare in sogno una donna che ha appena subito la perdita dell’uomo di cui era innamorata suicidatosi buttandosi da un grattacielo di Shanghai. La donna cerca di capire le motivazioni del fidanzato suicida rivivendo le ultime ore insieme all’appena conosciuto Max. Daniel Wu (è lui che interpreta Max) si innamora però della donna del sogno (Quan Yuan) e non si accontenta di vederla solo durante il sonno e quindi si reca a Shanghai per incontrarla nella realtà. Qui troverà invece una ragazza di provincia identica alla donna per cui spasima e scoprirà che “la vita e l’amore sono probabilmente destinati a restare un mistero” e, diviso tra l’amore per le due donne, che le scelte per raggiungere la felicità non sono mai così semplici. Clara Law con le sue opere è perennemente in bilico tra cultura cinese (la commedia ha radici decisamente honkonghesi tanto da avere molti elementi in comune ad esempio con Don’t go breaking my heart di Johnny To visto a Udine) ed estetica degli ambienti artistici americani e australiani. L’importanza degli scorci delle moderne architetture di New York paragonate a quelle della nuova Shanghai (in contrasto con le riprese tra i vicoli della vecchia Cina rappresentati dal paese d’origine della ragazza provinciale) e della fotografia sofisticata sono probabilmente maggiori per la regista della narrazione stessa che tende più volte ad arrovellarsi su se stessa con spesso inutili orpelli sovrastrutturali (vedi la sequenza forzata del balletto). Il tempo fondamentale nello svolgimento della commedia è scandito da un enorme orologio TOURNEAU. Un computer APPLE appare ma senza una decisa considerazione tanto da sembrare del tutto casuale mentre sicuramente non è casuale la presenza dell’enorme (e importantissimo nell’economia della narrazione) negozio di materiale fotografico WALLY’S specializzato in FUJIFILM e foto YESTAR. Tra le immagini della città appare in evidenza il WESTASIA HOTEL SHANGHAI mentre il fuoristrada LAND CRUISER è citato curiosamente come soprannome di un’amica della protagonista.

Stefano Barbacini

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