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CINEMA
31 Agosto 2011 - 23:52

BARBA E DINTORNI

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Bunuel e la pubblicità (6)
BARBA E DINTORNI

SALITA AL CIELO (Subida al cielo) – Luis Bunuel (1951)

 

Il secondo film diretto da Bunuel nel 1951, di quella che fu definita la trilogia della madre, è questo Subida al cielo. Prodotto da un amico surrealista spagnolo del regista, Manuel “Manolito” Altolaguirre, è stato girato in Messico, nella regione di Guerrero vicino ad Acapulco, con pochi soldi e in poco tempo.

Ne è uscito un piccolo film di un’ora e dieci che contiene un sacco di roba. Nonostante la leggerezza dell’assunto e i mezzi scarsi (è anche utilizzato un modellino della corriera su cui viaggiano i protagonisti che non nasconde minimamente la sua natura di giocattolo mentre viene sbattuto tra le impervie rocce messicane) Bunuel non rinuncia a mettervi dentro tutte le cose che lo interessano.

Basato su una storia, pare vera, di un viaggio realmente effettuato da Altolaguirre, la trama è esile ed appartiene al cinema popolare. Appena celebrato il proprio matrimonio, Oliverio/Esteban Marquez è costretto (ancor prima di poter consumare le nozze) a correre al capezzale della madre moribonda nel villaggio in cui è cresciuto. La madre ha alcuni possedimenti che fanno gola ai due fratelli di Oliverio che non vedono l’ora di arrivare al momento del decesso con la sicurezza di ottenere la fetta maggiore di eredità. La madre però vorrebbe che la casa di Madrid fosse ereditata dal nipotino, creatura orfana dell’unica figlia, e chiede l’aiuto di Oliverio costretto ad iniziare una corsa contro il tempo per raggiungere la città dove abita l’avvocato di famiglia che ha il compito di raccogliere le ultime volontà della donna prima che gli altri figli ottengano i beni di famiglia con l’inganno.

Il viaggio verso l’avvocato avviene su una corriera di linea che ne deve passare di tutti i colori prima di giungere a destinazione. Intemperie, natura ostile, una donna incinta che partorisce proprio durante il viaggio. Viaggio iniziatico che appartiene con tutti i suoi caratteri al cinema di genere.

Durante il viaggio si ha a che fare anche con un politico populista costretto a subire le critiche rassegnate da parte del popolo rivolte ai governanti che non hanno nessun rispetto per la povera gente e Bunuel imbastisce siparietti con sguardo ironico che anticipano il suo cinema politico-grottesco.

Il viaggio si svolge sulla costa messicana tra villaggi di povera gente e il regista ci dà uno spaccato da cinema documentario sulla società contadina della provincia. Alla guida della corriera troviamo un autista ubriacone per nulla preoccupato di rispettare gli orari (la corriera parte solo quando è piena), sul mezzo salgono contadini con pecore e cani, ad un certo punto viene fatta una deviazione verso casa della madre dell’autista per festeggiare una festa a lei dedicata, quando l’uomo non riesce più a tenersi sveglio per guidare, davanti alla fretta di Oliverio, affida a quest’ultimo la corriera (cosa impensabile al giorno d’oggi e sicuramente anche allora in altre parti del mondo), con il bus impantanato in un fiume sarà una graziosa bambina a trarre il mezzo dal guado con l’aiuto di un paio di buoi.

La stessa bambina di questo ultimo episodio morirà poi uccisa da un morso di serpente e sarà la stessa corriera sulla strada del ritorno a raccogliere il padre che carica sulle spalle la bianca bara in una scena struggente, scheggia di cinema drammatico.

Ma la parte che sicuramente più ha incontrato gli interessi di Bunuel è quella dedicata al rapporto di Oliverio con le donne della sua ancor giovane vita. Sposata la moglie Albina (la dolce Carmelita Gonzalez) e dopo aver ottemperato ad un rito antico locale che prevede il perdono della suocera e poi la partenza verso un isola deserta ad un miglio della costa dove i novelli sposi devono passare la prima notte di nozze, viene, come già esplicato in precedenza, interrotto dai fratelli e riportato con la moglie dalla madre.

Quindi inviato in “missione” da quest’ultima prima di poter completare il rito matrimoniale e prima di riuscire a staccarsi definitivamente dalla madre stessa, incontrerà Raquel, giovane piena di passione e gelosia (la sensuale Lilia Prado) che riuscirà a sedurlo addentando una mela e ad averne la verginità. Solo nel finale con la morte della madre, il compimento della “missione” (messo seriamente in pericolo proprio dal rapporto con Raquel) e il ricongiungimento con la sposa con cui ritorna all’acqua da cui era stato tolto dai fratelli chiudendo finalmente il rito sospeso e raggiungendo la propria crescita di uomo. In realtà il ragazzo non decide nulla perché saranno sempre le donne a decidere il proprio destino, la madre “liberandolo” con la propria morte ma solo dopo averlo “usato” per i propri scopi, Raquel lasciandolo andare “perché aveva già ottenuto quello che voleva” e Albina, infine, riportandolo all’acqua pronta ad accoglierlo tra le proprie braccia e facendolo suo. L’acqua, la mela, l’agnello, cinema simbolico religioso che anticipa gli interessi bunueliani in questo senso che saranno esplicitati in futuro in varie opere più compiute da ‘Simon del deserto’, a ‘Nazarin’, a ‘La via lattea’.

L’anima del cinema surrealista caro al Bunuel “maggiore” esce in quel piccolo capolavoro rappresentato dal sogno di Oliverio, sequenza eccezionale posta a metà film mentre il protagonista è tampinato da Raquel. Il giovane si addormenta e improvvisamente la corriera si riempie di vegetazione e la donna comincia a spogliarsi seducendo Oliverio strappandogli un bacio. Quando i due si staccano appare una lunghissima buccia di mela attaccata alla guancia dell’uomo e seguendola arriveremo alla figura della madre intenta, su di un trono, a pelare la mela sogghignante. Intanto dalle acque esce Albina che incontrerà Oliverio baciandolo ma improvvisamente Albina diventa Raquel. Il sogno finisce con Albina che manda un gregge di pecore contro Oliverio per impedirgli di amoreggiare con Raquel.

Una sequenza di pochi minuti che appartiene al Bunuel più maturo e più geniale.

Sorprendente quanto tutto ciò che abbiamo cercato di illustrare (e non è tutto, sui simbolismo del film si potrebbe andare avanti per ore) si contenuto in un breve film girato senza soldi.

Parlando di finanziamenti sarebbe curioso sapere quanti sono arrivati dalla CORONA. Il logo della birra messicana è ben presente sia in casa della madre di Oliverio sopra il frigorifero (e mi sembra strano non vi sia stata messa apposta) nonché nel bar dove vanno a bere i fratelli del protagonista nel tentativo (riuscito) di impedire al notaio del paese di andare al capezzale della madre facendolo ubriacare.

Stefano Barbacini

©www.dysnews.eu

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