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CINEMA
31 Luglio 2020 - 09:19

DIARIO VISIVO (Alfred Hitchcock)

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Prigionieri dell'oceano (Alfred Hitchcock, USA, 1944)
DIARIO VISIVO (Alfred Hitchcock)

Nel 1944 in piena guerra mondiale Alfred Hitchcock abbandona per una volta il cinema di suspence per gettarsi in un progetto sperimentale nella forma ed azzardato nella sostanza perché analizza il periodo della guerra dal punto di vista psicologico (facendo infuriare la critica “alleata”), girando praticamente un remake di Ombre rosse all’interno di una scialuppa di salvataggio alla deriva in mezzo all’Oceano. La cinepresa non si staccherà mai per tutta la durata del film dalla scialuppa e dai suoi membri creando un huis clos in mezzo all’immensità del mare.

All’inizio vediamo una splendida sequenza con la ciminiera di un piroscafo che sprigiona fumo nero e piano piano affonda per poi avvicinarsi alla scialuppa passando sopra agli oggetti che galleggiano sulle acque, relitti della nave affondata, fino al cadavere di un marinaio tedesco che ci anticipa come pure il sottomarino autore del siluramento della nave sia finito male.

Poi ci riempie lo schermo la superlativa figura di Tallulah Bankhead che sembra uscita da una festa più che da un naufragio, impellicciata, ben truccata e con i capelli che sembrano freschi di parrucchiere. Infatti lei previdente, giornalista al di sopra degli eventi e della morte, appena nasato il disastro si è fatta mettere a mare dal servitore nero. Sarà lei la “padrona di casa” che accoglie i naufraghi, tutti sporchi e laceri, che arrivano poco alla volta sulla barca. Otto personaggi che volutamente rappresentano classi e nazionalità contemporanee. Prima il proletario comunista, poi il ricco industriale pieno di dollari, apparentemente giusto e umanitario ma in realtà avido e spocchioso, il marinaio ingenuo e un po’ stolto e quello romantico e incapace di prendere posizione, un’infermiera che non capisce perché gli uomini si odino e si uccidano, la madre con bambino già morto in grembo a rappresentare la tragedia della guerra per le persone comuni, il nero usato da tutti come “servo”, fervente credente e considerato uomo solo quando fa vedere la foto della propria famiglia e last but not least il tedesco, infido, nemico e bugiardo capace però di diventare l’uomo forte della barca e fare in modo che gli altri facciano quello che vuole lui.

Nell’arcifamosa intervista di Truffaut ad Hitchcock, il critico e regista francese toppa il fine del film dicendo al collega che secondo lui la morale della pellicola era che tutti erano colpevoli e tutti avevano qualcosa da rimproverarsi e che non bisogna giudicare. Il realtà lucidamente il grande Alfred replica: “l’idea del film è diversa. Abbiamo voluto mostrare che, in quel momento preciso, nel mondo, c’erano due forze l’una di fronte all’altra, le democrazie e il nazismo. Ora, le democrazie erano in uno stato di completa disorganizzazione mentre i tedeschi sapevano perfettamente dove volevano arrivare.”

Quindi la morale (ah quanto ancora attuale!) è che per sconfiggere la dittatura e l’uomo forte c’è bisogno di unità e forza collettiva non di contrasti e egoismi tra i “democratici”. Lo svolgimento degli avvenimenti è paradigmatico, i componenti della barca “alleati” non sanno contrastare la forza e le bugie del tedesco che ne diventa il padrone fino a quando nel momento di massima disperazione non scoprono di esser stati ingannati da quello che si rivela il capitano del sottomarino e quindi il vero colpevole della morte dei passeggeri della nave, colpevole anche di aver nascosto la bussola per non far capire dove vanno, di aver nascosto una bottiglietta d’acqua e delle pillole vitaminiche per sopravvivere mentre gli altri rischiano di morire di fame e di sete, di aver, infine, ucciso il povero ed ingenuo marinaio con la gamba in cancrena. A questo punto la ribellione, le forze si uniscono ma in modo scriteriato linciando il tedesco in modo che Hitchcock commenta: “sembrano una muta di cani”.

Sarà il personaggio interpretato dalla Bankhead (una specie di Dorothy Parker), sempre lucida nonostante la sua “umanizzazione” (perde tutte le sue cose di valore, la pelliccia, una macchina fotografica Laika, la macchina da scrivere, il ricco braccialetto di Cartier e la vediamo al fine spettinata e tutta presa dal fascino del rude proletario) a far presente agli altri che non si doveva arrivare a quel punto che dovevano essere tutti insieme a non dimostrarsi così vigliacchi e incapaci di prendere decisioni. L’intelligenza finalmente usata non per il sarcasmo ed il cinismo da spendere nei  salotti snob ma per il progresso umano.

Product placement di Laika e Cartier, abbiamo detto, ma abbiamo pure, tra le cose che galleggiano sull’acqua persi dalla nave, il New Yorker. Ma naturalmente non possiamo non citare la geniale apparizione di Sir. Alfred Hitchcock su di un giornale che appare sulla barca in cui il nostro fa la pubblicità di un immaginario prodotto dimagrante “Reduco” prestando a fare da modello per il prima e dopo la dieta!

Tutte le citazioni sono state prese da “Hitchock intervistato da Truffaut” con la traduzione di Giuseppe Ferrari e Francesco Pititto per l’Unità/Pratiche Editrice.

Stefano barbacini

©www.dysnews.eu

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