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CINEMA
23 Agosto 2019 - 14:12

DIARIO VISIVO (Giappone estremo)

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Daydream (Tetsujio Takechi, Giappone, 1964)
DIARIO VISIVO (Giappone estremo)

Il racconto di Junichiro Tanizaki (quello de “La chiave” di Brass) da cui Tetsuji Takechi (“il padrino del cinema pink giapponese”)  trae la sua opera Daydream deve essere un testo che lo ossessiona, evidentemente, visto che poi ne farà altre due versioni nel 1981 e nel 1987 (il primo con inserti hardcore).

La storia è molto semplice. Tre personaggi, un ambulatorio dentistico. Lei a bocca aperta che non si sa se prova dolore o piacere, lui il dentista che inserisce strumenti e dita, l’altro un terzo paziente che guarda e desidera. Il dentista le palpa e addenta il seno, acqua che esce dalla bocca di lei ma che richiama ben altro liquido. La storia è quella, un rapporto sadomasochista con lei sottomessa a lui e l’altro che vorrebbe strappargliela per amarla. Viene raccontata di metafora in metafora, di sineddoche in sineddoche trasportandola in vari ambienti. Sequenza paradigmatica: inquadrature fuori asse di lui che maltratta e costringe lei mentre l’altro dall’alto, con la testa che esce da un buco nel soffitto che guarda. Scena dopo lei torturata con corde e fili elettrici da lui e l’altro che guarda dalla finestra senza poter far nulla se non tentare un bacio ma con il vetro che li separa. E così via, nuove scene, un bianco e nero netto con ambientazioni tra l’horror ed il noir che per una breve sequenza diventa colore con il petto di lei insanguinato e lui dietro che pare Dracula. L’altro guarda e non può intervenire come sempre. Il corpo di lei (Kanako Michi di una bellezza “normale” ma tanto erotica), vero soggetto del film e vero interesse dell’occhio del regista, viene costretto dentro vestiti da lacerare, diventa un manichino, una scimmia al guinzaglio, la sua figura bianca e nuda si mimetizza con il pavimento e i muri strisciando come un verme, la fuga le è impedita correndo disperatamente in discesa su una scala mobile che invece sale e la riporta sempre al suo aguzzino. Il suo corpo viene accoltellato, addentato, legato, mentre lei, glamour, suona il piano e canta: “il fetore della morte esce da una bottiglia di profumo.

Tra sperimentazione e ricerca di immagini elaborate e non convenzionali, sorretto da una musica fatta con rumori degli attrezzi dentistici, di lamiere e ferraglia, di sfregamenti irritanti ed inquietanti su corde e tasti di strumenti musicali maltrattati, di note stranianti, questo Daydream del 1964 non manca neppure di ironia e di gioco tanto è vero che la morte arriva ad opera del “mite” rancoroso ma forse è tutto un sogno “ad occhi aperti” di quest’ultimo intanto che aspetta il suo turno dal dentista… o forse no.

Qualcosa di più di un semplice “pink movie”, l’erotismo diventa d’autore.

Il product placement, visto che il film è piuttosto claustrofobico, si ha con la pubblicità di una penna stilografica su di un muro mentre lei le si rotola contro nuda e in una delle poche sequenze in cui la camera esce dai locali privati, allora notiamo il negozio New Giza Sembikiya, pubblicità di Konica e Yashica e una gru Kubota, senza contare tutte le altre insegne in ideogrammi…

STEFANO BARBACINI

Hakujitsumu

Regia: Tetsuji Takechi
Data di uscita: 01/01/1964
Brand:
Konica

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