Facebook Twitter Canale Youtube RSS
CINEMA
20 Aprile 2017 - 22:49

DIARIO VISIVO

 Print Mail
Warm bodies (Jonathan Levine, USA, 2013)
DIARIO VISIVO

Warm bodies è un bel pasticcio. Un film che inizia come un ribaltamento della consuetudine horror partendo dal punto di vista di un morto vivente e dalla sua presa di coscienza interiore, poi diventa l’ennesima versione alternativa di Romeo (è R, il protagonista-zombie) e Giulietta (Julie che invece è umana) e ha come obiettivo la rappresentazione politico-sociale dell’accettazione del diverso de parte della società.

In pratica tenta di trasporre Twilight e simili sul piano politico di un Romero cercando di andare incontro anche ai nerd amanti delle parodie dello zombie-movie.

Penso non sia in grado di soddisfare nessuno.

Il tentativo più insistito mi pare quello politico in cui il teorema piuttosto semplicistico ci presenta un capopopolo fascistoide (prima di Trump ma l’aria era già quella), anche padre di Julie, che fa erigere un muro per tenere fuori dalla città gli zombie. Il contatto dei morti viventi con la ragazza (che viene salvata per amore da R) porta ad una loro autocoscienza e un ritorno all’umano (il cuore gli ricomincia a battere e ricominciano a sanguinare), una guarigione che non li renderebbe più diversi. Senza Julie e comunque “i giovani” aperti di mente e all’amore per il prossimo, l’ottusità di chi governa non l’avrebbe mai capito e li avrebbe sterminati tutti senza dargli una possibilità. Per rendere più simile la situazione all’esistente, esistono anche degli ultra-zombie, gli ossuti, che sono zombie nella fase, diciamo così, terminale, ormai scheletri, irrecuperabili e cattivissimi (non si fa fatica ad individuare in loro i militanti dell’Isis o comunque tutti gli estremisti che passano al terrorismo). La teoria politica sostenuta dal film è coraggiosa allorchè fa in modo che Julie si innamori di colui che si è mangiato il fidanzato e lo è molto meno quando sostiene che gli zombie per essere accettati devono comunque tornare umani, quindi uniformarsi al resto dell’umanità.

Ma forse vi abbiamo anche perso troppo tempo rimuginandoci sopra dato che il tutto è svilito da un sentimentalismo e una semplificazione eccessive, si vuol mettere il dito nella piaga ma senza far male. Il film fa acqua anche perché non riesce mai ad essere così ironico da essere divertente e perché gli effetti digitali sono piuttosto fastidiosi (quando entrano in scena gli ossuti non ci sembra più di vedere un film ma un videogioco).

Pochissimo product placement (il film è indipendente) in cui troviamo POLAROID fuori tempo massimo, BMW, CORONA, la rivista US MAGAZINE e una grossa pubblicità dei cosmetici DUWOP.

STEFANO BARBACINI

©www.dysnews.eu

Share |