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CINEMA
18 Agosto 2019 - 01:11

DIARIO VISIVO (CINEMA FRANCESE ANNI VENTI)

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6 et 1/2 11 (Jean Epstein, Francia, 1927)
DIARIO VISIVO (CINEMA FRANCESE ANNI VENTI)

Ben prima di Rossellini e Powell “l’occhio che uccide” della macchina fotografica diventa soggetto cinematografico grazie a Jean Epstein e alla sorella Marie. Dopo un paio di film in costume Epstein torna al contemporaneo e Marie a scrivere un melodramma. Six et demi onze è il secondo film prodotto dalla propria casa di produzione dal regista dopo che ha lasciato l’Albatros, dove sentiva limitata la propria libertà artistica, e può inserirvi tutte le sue convinzioni teoriche e le proprie ossessioni. La macchina fotografica (per significare il cinema) come rappresentazione di morte (estensione delle paure degli indigeni della foto che cattura l’anima), lo specchio come rivelazione del lato peggiore di sé, l’amore che porta dolore e al suicidio, l’inconscio mostrato con sovrimpressioni di cui è uno dei migliori utilizzatori, le corse in auto o treno come fughe verso il nulla (con evidenti richiami a La roue  di Abel Gance), il paesaggio in cui perdersi e mai più ritrovarsi.

La trama riguarda due fratelli, uno formica (Jerome) posato medico di fama e uno cicala (Jean) vivace, assente e sognatore. Jean si innamora della frivola e libera cantante Mary Winter (Suzy Person) per cui evidentemente Jean non è l’uomo della vita dato che basta l’incontro con un altro artista per farle cambiare idea. Jean soffre e cerca di “catturare” la donna con la sua macchina fotografica che diventa per lui ossessione come la donna stessa. Lei non vuole forse perché presagisce che quella sarà la sua rovina. Mary se ne va per teatri lasciando Jean e la sua Kodak ad affrontare il vuoto nella villa a bordo mare. Vuoto di Mary il nostro si uccide sparandosi davanti ad uno specchio. Succede come nei più classici dei melodrammi che Mary incontri il medico Jerome e che di questo veramente si innamori capendo di aver trovato il “suo” uomo. Purtroppo per la nuova coppia la notizia del suicidio di Jean arriva a turbare l’idillio e Jerome corre alla villa a bordo mare dove il fratello è morto e dove Mary ricorda i momenti d’amore regalati e poi sottratti a Jean. Qui Jerome trova la kodak e Mary capisce che veramente Jean l’aveva catturata per sempre perché la rivelazione al fratello delle foto di lei fa capire che la donna che ama è stata anche la causa del suicidio di Jean distruggendo tutto il sentimento che li lega.

Grande attenzione al decor, un finale meraviglioso in cui la tensione della scoperta del passato con lo sviluppo delle foto e Mary che vaga per la spiaggia disperata con le immagini che si sovrappongono e quelle delle foto diventano la realtà e la rivelazione, sperimentazioni visive. Epstein è tornato libero di esprimersi e se non raggiunge l’apice di Coeur fidéle (melodramma d’avanguardia come è stato definito) riesce a coniugare passione e intensità con intellettualismo e sperimentazione decostruendo il mélo lineare per farne qualcosa di più artistico e “teorico”.

Per quanto riguarda il product placement che dire di un film il cui titolo provvisorio era “Un Kodak” (poi trasformato nel poco comprensibile Six et demi onze cioè il formato delle fotografie), in cui la vera protagonista del film è una macchina fotografica Kodak, in cui il logo Kodak appare in negozi e flani pubblicitari? Ma non finisce qui, la fuga in auto di Jean si ferma a causa di uno pneumatico forato Michelin, Jerome legge “Le journal des debats” e L’atelier Brillier fornisce pendoli da muro. 

STEFANO BARBACINI

Six et demi onze

Regia: Jean Epstein
Data di uscita: 01/01/1927

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