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CINEMA
11 Settembre 2017 - 23:05

DIARIO VISIVO

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Voglio la testa di Garcia (Sam Peckinpah, USA, 1974)
DIARIO VISIVO

Quando ci si lamenta di quanto melense ed inutili siano le storie d’amore nella gran parte del cinema hollywoodiano non è perché in assoluto si pensi che non debbano essere inserite in un film, ci mancherebbe, ma è perché vi è un altro modo per narrar d’amore al cinema. I grandi registi, e Peckinpah indiscutibilmente lo è, lo insegnano. Voglio la testa di Garcia non è un western (ed è anche questo), non un noir, non un action (ed è pure questo e quello). Voglio la testa di Garcia è principalmente una struggente storia d’amore. Per un’ora di film la prostituta Elita e il pianista di bordello Benny si amano, si odiano, si allontanano, si cercano, si scontrano e si promettono amore. La loro storia fa impallidire qualsiasi zuccherosa liaison inserita solitamente nel cinema mainstream. E’ una storia vera, piena d’amore e di dolore, una storia piena, felice e triste, tra due esseri perduti alla ricerca di un riscatto.

Il riscatto è la possibilità offerta a Benny da un ricco ranchero che cerca vendetta ai danni di Alfredo Garcia, un suo uomo donnaiolo che si è permesso di mettere incinta la ragazza sbagliata. Un milione di dollari per la testa di Garcia, promette l’uomo ai suoi fidi scagnozzi. Questi, armati di foto dell’uomo, lo cercano per tutto il Messico fino a che non si imbattono nel bordello dove la non più giovani Elita intrattiene i clienti e dove un Warren Oates gigantesco per bravura pigia sui tasti di un piano strascicando le parole di Guantanamera e chiedendo Jack Daniel’s on the rocks. Benny coglie l’occasione al volo apprendendo della ricerca di Garcia (che è stato amante di Elita e di cui Benny è geloso per tutto il film) e, una volta saputo che l’uomo è già belle che sepolto (morto a causa di un incidente) ne approfitta per chiedere 10000 dollari per riportare la testa dell’uomo a chi lo vuole morto. Il film diventa viaggio verso la speranza alla ricerca della bara che contiene Garcia per tagliargli la testa e recapitarla a chi di dovere ed ottenere il denaro per sposarsi e vivere felici, lui e la sua Elita. Il viaggio si svolge attraverso un messico polveroso e selvaggio, tra pueblos poveri abitati da contadini poco amichevoli. L’ambientazione è uno dei pezzi forti del film e la regia dura e senza vezzi di Peckinpah accompagna le traversie di Benny e del suo viaggio che non è così tranquillo come lui pensa. Prima degli hardrockers cercano di violentare Elita, poi saranno alcuni messicani ubriaconi decisi ad appropriarsi dei resti di Garcia prima di Benny ad intervenire e a far fare una brutta fine alla povera Elita. Benny riesce però a recuperare la testa agognata e l’ultima parte del viaggio resterà nella storia del cinema per il suo vagare con il sacchetto contente la testa di Alfredo in auto tra il ronzio delle mosche che reclamano il loro putrido banchetto.

L’infernale compito di Benny è continuamente osteggiato dalla morale cattolica che si cala continuamente sul film come una cappa pesante e ammonitrice. Prima è Elita che ha presagi negativi e cerca di impedire la riesumazione del cadavere, poi sono gli abitanti del villaggio a circondare Benny per fargli pagare la profanazione del cimitero e lo stesso ranchero che dà il via a tutto (e con cui Benny avrà una resa dei conti finale) è un prepotente cattofascista contornato da suore, preti e donne bigotte decise a far rispettare la (loro) moralità tra riti religiosi, pelosa carità e violenza “necessaria”, come spezzare un braccio ad una povera ragazzina.

Un film di genere? Ne ha sicuramente i codici ma l’autore che è Peckinpah esce in tutta la sua virulenza consegnandoci un’opera piena, dura e densa di significati anticonvenzionali e tutt’altro che banali.

“Parabola di morte e autodistruzione sceneggiata dal regista e Gordon Dawson, con memorabili monologhi di Oates” per il Mereghetti che poi però lamenta la “prima parte troppo lenta e non all’altezza del suo regista” commento a mio parere totalemente ingiustificato (anzi, forse è proprio nel finale che “sbraga” un po’) così come quei due asterischi e mezzo su quattro (non meno di 3 per me).

Detto del Jack Daniel’s il product placement si riduce ad un aereo della TWA e a COCA COLA che appare sulle sedie di un bar.

STEFANO BARBACINI

Bring Me the Head of Alfredo Garcia

Regia: Sam Peckinpak
Data di uscita: 05/10/1974
Brand:
Jack Daniel's

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