J. EDGAR – Clint Eastwood (2012)
Affrontare la figura universalmente conosciuta e allo stesso tempo enigmatica dello storico capo dell’FBI Egar J.Hoover significa attraversare 50 anni di storia degli Stati Uniti. Contenere il tutto in due ore e un quarto di film non è semplice senza fare delle scelte ben precise.
Clint Eastwood decide di ambientare la sua opera in un presente situato alla vigilia dell’attentato a JFK in cui il nostro decide di scrivere un libro di memorie, espediente che consente una serie di flashback per ripercorrere velocemente la carriera di Di Caprio/Hoover.
Gli anni della giovinezza e della lotta contro i radicali bombaroli filocomunisti negli anni venti, la veloce arrampicata verso i vertici della sicurezza nazionale, la nascita del Bureau, i famosi fascicoli riservati (che gli sono serviti negli anni per consolidare il proprio potere non senza oscure manovre ricattatorie ai vertici politici da Roosvelt a Kennedy e Nixon) sono presentate con veloce scorrere di episodi utili comunque a delineare una personalità capace ed egocentrica, ossessivamente tesa alla difesa della sicurezza nazionale con evidenti sconfinamenti in un patologico delirio razzista e illiberale (vedi la demonizzazione di Martin Luther King).
Ciò che invece principalmente interessa il regista e su cui si focalizza la sua indagine sono il lato psicologico/sessuale di Hoover e le sua capacità di far progredire la tecnica di detection con l’introduzione di laboratori scientifici, l’analisi delle impronte digitali, la raccolta di dati in archivi organizzati.
J.Edgar è un film terribilmente sessuale senza…sesso! I rapporti ambigui del protagonista con la segretaria Helen Gandy e con il suo braccio destro (con cui conduceva vita quasi matrimoniale) Clyde Tolson, nonché quelli fortemente edipici con la madre, sono fondamentali nella vita di Hoover, tanto potente e macho con il mondo esterno, altrettanto debole e insicuro nei rapporti interpersonali. Omosessuale, dedito al travestitismo, amante di attrici hollywoodiane (Dorothy Lamour?) sono i gossip che da decine di anni si divulgano negli Stati Uniti. Eastwood e lo sceneggiatore Dustin Lance Black (Milk, la serie tv Big Love) non li cavalcano ma compongono una figura del capo dell’FBI che contiene un po’ di tutto questo.
Per quanto riguarda la parte rivolta verso lo sviluppo delle indagini il film si sofferma principalmente sul caso del rapimento e omicidio del figlio di Charles Lindberg, il famoso aviatore, caso di risonanza nazionale il cui esito (la condanna a morte del colpevole) è il fiore all’occhiello di Hoover che ha fortemente voluto far diventare avvenimenti come quello affare federale utilizzando la popolarità della vicenda come trampolino di lancio perché l’FBI diventasse l’agenzia di polizia potente che è ora.
Il film non è una biografia stantia come spesso se ne vedono sugli schermi ma invece, grazie alla capacità affabulatoria di Eastwood, godibile opera che con sapienza riesce a miscelare poliziesco, dramma psicologico e storia d’amore. Il vecchio Clint, come ricordavo anche a proposito del nuovo film di Clooney, è uno dei pochi registi di oggi a saper adattare il linguaggio dei grandi generi della storia del cinema all’argomento trattato. Non un innovatore ma un rinnovatore di una tradizione, aiutato anche da un’interpretazione grandiosa di un Leonardo Di Caprio in grande forma.
Vi è nel film anche una parte di assoluto interesse per la nostra rivista. Infatti viene esaltata la capacità di Hoover di vendere se stesso. Pubblicizzare l’FBI utilizzando fumetti, giornali e cinema. Hoover capì che esaltare le imprese del Bureau (gli arresti di Dillinger, Kelly, le lotte contro i gangster vengono presentati in modo leggendario ma si sa, tra la verità e la leggenda…) tramite la cultura popolare era fondamentale per soppiantare nell’immaginario della gente la figura affascinante del delinquente con quella del poliziotto fino ad allora priva di qualsiasi appeal.
Hoover fu un ottimo pubblicitario nel vendere se’ stesso il “marchio” FBI. Da notare principalmente le figurine degli agenti del Bureau stampate sulle confezioni di cornflakes POST TOASTIES che Tolson tiene tra le mani sgranocchiandone il contenuto per un lungo periodo di tempo.
Altro product placement invece limitato dall’ambientazione storica ma comunque possiamo segnalare il marchio FORD ben presente sulle auto d’epoca e la sartoria JULIUS GARFINKLE & Co. da cui si veste Hoover per rinnovare l’eleganza e l’immagine degli agenti.
Storica pubblicità nella ricostruzione delle città d’epoca per la gloriosa BIRCHOLA, bibita gassata in voga nell’ameria degli anni trenta.